Intervista a Il teatro degli orrori

il teatro degli orrori

In primis parliamo del vostro secondo lavoro, “A sangue freddo”: un album importante per i temi trattati e soprattutto per la forza della parola che sposa la potenza della musica. Tutto questo si era notato anche nel primo album. Com’è cambiato Il teatro degli orrori, rispetto a “Dell’impero delle tenebre”?

Credo ci sia una forte continuità fra i due lavori. Voglio dire, più continuità che cambiamento. Non c’è dubbio che “A sangue freddo” sia un disco registrato con più cura, più intelligibile del precedente, e volutamente più “classico”. Volevamo un disco vicino alla forma canzone, meno caotico e rumoroso. Dal punto di vista della poetica, “A sangue freddo” narra la società italiana dell’oggi, qui, adesso. Uno sguardo attento alle contraddizioni e alle ingiustizie che viviamo ogni giorno; in questo senso, è un disco molto più “politico” del precedente.

In questo disco troviamo molte collaborazioni: Nicola Manzan/Bologna Violenta, Jacopo Battaglia degli Zu, i Bloody Beetroots e tanti altri ancora. Dietro tutti questi ospiti, c’è lo zampino di Giulio Ragno Favero?

Indubbiamente. Giulio non è solo il bassista del gruppo. Ha curato personalmente le riprese, i missaggi, gli arrangiamenti, la masterizzazione, e tutte le collaborazioni esterne. Mi viene spontanea una considerazione: questo è il disco “di Giulio”: fortemente voluto da lui, Giulio ha avuto una parte fondamentale nella scrittura delle canzoni e nell’elaborazione delle registrazioni, ne ha avuto un idea organica fin dall’inizio, e l’ha implementata con una pazienza… allucinante. Naturalmente siamo un gruppo, ed ognuno di noi ha dato il massimo, ma è fuor di dubbio che Giulio abbia dato una forma a questo repertorio, esattamente come farebbe un vero produttore artistico.

Usare l’italiano è un’arma a doppio taglio: da una parte, è una lingua poco musicale rispetto all’inglese ma dall’altro si ha la certezza (o la speranza) che un messaggio passi. Quanta fiducia date alla scelta delle parole? Come nascono i testi?

Beh… l’italiano non era la lingua del bel canto? E poi, quanti esempi di eccellente rock in italiano potremmo fare? Siamo abituati al rock inglese e americano, ma ciò non vuol dire che con un’altra lingua non si possa fare altrettanto bene. Forse che gli Einsturzende Neubauten non hanno fatto capolavori? Ecco, io credo che non abbia molta importanza la scelta della lingua in se, quanto piuttosto i contenuti. Detto questo, l’italiano mi ha reso finalmente l’enorme opportunità di essere compreso. Nell’Italia odierna fare rock dotato di contenuto e tensione poetica, ti offre il grande privilegio di poter dire qualcosa di importante ad un pubblico ampio e inter-generazionale. Certo che ho fiducia nelle parole, altrimenti chi me lo farebbe fare… ho fiducia nelle parole e nella poesia, e mi sento così felice nel poter constatare quanto il nostro pubblico ami le nostre canzoni, e con queste sappia e voglia emozionarsi. Dal punto di vista professionale, non c’è niente di più gratificante. I testi delle canzoni nascono in notti insonni, passate a bere e fumare lentamente, finché non ce la fai più e chiudi gli occhi, augurandoti che domani vada un po’ meglio.

Avete iniziato il nuovo tour da poco più di un mese. Ero alla prima data a Trieste e i presenti mi sono sembrati più che coinvolti. Come vi sembra la partecipazione e la reazione del pubblico ai vostri concerti?

A Trieste abbiamo fatto un buon concerto, ma sentivamo tutti il terrore del debutto. Il pubblico non aveva ancora metabolizzato le canzoni. Da quel concerto in poi, il tour è stato in discesa. Sempre più pubblico, sempre più giovani, sempre più coinvolti, e un sold-out dietro l’altro. I giovani, dicevo, sono sempre più numerosi, ed interagiscono con un entusiasmo che solo loro sanno avere. La cosa mi preoccupa anche un po’… potrebbero essere figli miei, e provo un sentimento di responsabilità che prima non avevo. Qualche volta mi lancio sulla folla, e fluttuo fino alla fine della sala, dove a sorreggermi trovo dei signori cinquantenni oltremodo galvanizzati. Che figata.

Una canzone che mi emoziona molto è È colpa mia. Al concerto ho notato che una certa emozione si trova pure sul palco. È una canzone importante per voi?

Per me ogni canzone è una prova capitale. È colpa mia narra di un fallimento. Il fallimento della mia generazione. Vent’anni fa non avrei mai creduto che il nostro paese potesse diventare così stolto ed egoista; tante, troppe cose sono cambiate, tutte sono peggiorate, e quasi non ce ne siamo accorti: nella società civile come in quella politica, nella convivenza civile, nella cultura e nelle sub-culture, nel senso di cittadinanza, nella musica. È colpa mia è un grido di dolore, dietro il quale si nasconde il desiderio di riscatto e di emancipazione da una modernità in cui non ci riconosciamo. E’ per questo che sono molto affezionato a questo pezzo, e forse è per questo che mi viene da piangere quando lo canto.

Ormai siete uno dei gruppi più importanti del panorama italiano. Cosa ne pensate della scena musicale italiana? Ci sono gruppi o artisti italiani che vi hanno colpito particolarmente in questi ultimi anni?

È un bel momento per il rock italiano. Ci sono molti gruppi niente male, e tutti con un loro seguito. La lista sarebbe lunga. Ma che qualcosa mi abbia colpito (parlo solo per me), mi abbia suggestionato… non direi. Preferisco ancora De Gregori a tutto il resto.

Bene, siamo giunti al termine dell’intervista. Grazie mille del tempo concessoci, volete dire qualcosa ai vostri fan e lettori?

Un augurio di buon anno, con il cuore. C’è così tanto bisogno di speranza! Di un mondo migliore. Più giusto e libero.

Michela “Mak” De Stefani

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *