Intervista ad Andrea Chimenti

andrea chimenti

Andrea Chimenti, dopo lo scioglimento dei Moda (dei quali era il frontman) inizia la sua carriera da solista. Così, dopo diversi album all’attivo, si arriva al suo ultimo e bellissimo lavoro intitolato “Tempesta di fiori“. Ne approfittiamo per fargli qualche domanda.

Come ti è venuta l’idea di comporre un album su questi concetti? Anche tu hai attraversato la tua personale tempesta dalla quale sei magari uscito più forte e rinvigorito?

Dalle tempeste si esce sempre più forti. Quando arrivano, anche quelle improvvise, in realtà ce le siamo andate a cercare. A volte avviene tutto a livello inconscio, ma siamo noi che avvertiamo il bisogno di cambiamento. La tempesta avviene per darci la possibilità di continuare a vivere. La distruzione è solo apparente, in realtà è l’inizio di una nuova costruzione. Sono felice quando questo accade, anche se doloroso è una grande opportunità che la vita offre e dal punto di vista artistico apporta nuova creatività e desiderio di mettersi in discussione.

“Tempesta di fiori” mi è sembrato un album molto più schietto e spontaneo dei precedenti, anche più rock direi. Perché questa scelta?

Questo non si sceglie, ma avviene spontaneamente. L’autore è il primo che si stupisce di fronte al proprio lavoro…guai se non fosse così, vorrebbe dire che si tratta di puro e semplice artigianato. La costruzione di una canzone è sempre frutto di un’alchimia unica e, nel mio caso, quasi mai ripetuta. La canzone è un’esigenza che nasce spontanea, una rivelazione dell’inconscio molto spesso. Sicuramente questo cd è più diretto dei miei precedenti, utilizzo meno la metafora per parlare con più semplicità delle mie emozioni, della mia vita. Un autore parla sempre della propria vita. Credo non possa fare in altro modo se vuole essere “autentico”. Penso di averlo fatto in tutti i miei cd, ma in questo l’ho fatto in modo più semplice e diretto.

Per quale ragione hai scelto di registrare “Tempesta di fiori” in teatro?

Semplicemente per lo spazio e l’acustica. Con Stefano Cerisoli e Guglielmo Gagliano, cercavo uno spazio ampio dove poter allestire una situazione fissa con tutti gli strumenti montati e microforati. Volevamo avere tutto cablato in modo da poter suonare e registrare tutto in qualsiasi momento, sia singolarmente che in gruppo. Il palco molto grande del teatro di Castiglion Fiorentino, ci ha permesso questo. Abbiamo utilizzato le quinte e il sipario per cambiare la risposta dell’ambiente ottenendo un suono più arioso o più chiuso, ovattato. Abbiamo allestito la regia in un camerino adiacente al palco. È stato un mese straordinario che sarebbe stato difficile ottenere in uno studio di registrazione. La bellezza del teatro ha fatto il resto dandoci la possibilità di vivere un ambiente accogliente e non freddo e anonimo come spesso sono gli studi. Riguardo a questo modo di registrare ho fatto diverse esperienze anche in passato.

Dai tuoi lavori è facile venire a capo del tuo amore per la poesia, soprattutto per Ungaretti. Come ti sei avvicinato a questo mondo?

Alla poesia mi sono avvicinato in tarda età.  Credo faccia capo a ritmi che più facilmente si vivono con la maturità. Per la prima volta mi sono avvicinato alla poesia con un lavoro uscito nel 1997 che s’intitola “Qohelet”, poi è seguito il “Cantico dei Cantici” con le letture di Anita Laurenzi, fino a realizzare il progetto “Il porto sepolto” dove ho messo in canzone le poesie di Ungaretti. È stato notevole poter lavorare sulla parola di altri. Ho vissuto l’esperienza della condivisione. Quando una parola ti colpisce profondamente, anche se di altri, diventa tua fino in fondo. È stato un progetto che mi ha dato molte soddisfazioni.

Mi viene in mente di chiederti, visto il tuo amore per la poesia, se ami anche altre forme d’arte. E poi, adori anche coniugarle tra loro?

Ero un ragazzo quando mi trasferii a Urbino per studiare cinema d’animazione. Il disegno animato è stata la mia iniziale passione. L’ho abbandonato per la musica, ma dentro di me è sempre rimasto un approccio all’arte attraverso l’immagine. Quando scrivo una canzone, ho sempre bisogno che la musica mi faccia scaturire immagini, come in un film. Solo in questo modo riesco a scrivere un testo. Adoro poter scrivere musica per film o teatro, perché vedo l’immagine esaltarsi grazie alla musica e viceversa. Anche lavorare con la danza mi ha dato soddisfazioni. Sono un fermo sostenitore della commistione tra diverse discipline.

Torniamo a parlare dell’ultimo album; è molto bella la collaborazione con Valentina Cidda dei Kyddycar. Posso chiederti se per il futuro hai intenzione di collaborare con altri artisti? Magari cooperare su più larga scala, ad esempio per un intero album?

Con Valentina c’è una bella amicizia e una reciproca stima, come con Stefano Santoni anche lui dei Kiddycar. Credo che in futuro lavoreremo ancora insieme su altri progetti. La collaborazione porta sempre nuova energia ed è indispensabile per evolversi, quindi sono sempre disposto ad accogliere nuove collaborazioni. Mi piacerebbe in futuro lavorare con giovani, poter scambiare con loro artisticamente, seguirli nella realizzazione di progetti. Credo di avere molto da dare e molto da ricevere.

Davide Ingrosso

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