Intervista a Giulia Villari

giulia villari

Giulia, come hai cominciato con la musica?

Fin da piccola. È una passione, la mia passione. Da piccolissima frequentavo l’Accademia Filarmonica romana poi, più grande, ho cominciato a prendere lezioni di canto e chitarra. Ho studiato tanto, dieci anni, anche la scrittura è una mia grandissima passione che coltivo da quando sono piccola.

A che età il primo concerto?

Tardi, vent’anni.

Da sola o con una band?

Con un chitarrista. Pensa che proprio in quel momento, quando ho cominciato a fare concerti, ho cominciato anche a scrivere le mie prime canzoni. Quattro anni dopo ho messo su il mio gruppo ma già qualcosa l’avevo fatto con la mia musica, tipo vincere un concorso e andare a registrare in studio le mie canzoni.

In molti, spero, ti hanno conosciuto come seconda voce in Bellezza dei Marlene Kuntz. Com’è avvenuto l’incontro con i Marlene Kuntz? La fan che lascia il demo a uno dei suoi gruppi preferiti per avere un feedback?

Esatto, anzi, in realtà quello è venuto dopo. Io avevo scritto sul sito dei Marlene per chiedere della loro collaborazione con Rob Ellis, per il disco “Senza peso” se non mi sbaglio. Mi rispose Riccardo (Tesio,  ndr), non rispose alla mia domanda ma mi disse di mandargli le mie cose. Io tra un po’ neanche sapevo cosa fossero “le mie cose”. Comunque per loro registrai il primo demo, con le mie canzoni, glielo portai una sera a un loro concerto e lui dopo una settimana venne a Roma apposta per incontrarmi.

Immagino la tua felicità.

Sì! Ma non ero molto cosciente di quello che stavo facendo! Loro comunque mi presero a cuore.

E così partecipasti a “Bianco sporco”.

Esatto. Dopo capodanno mi arrivò questo messaggio: “Vieni in studio che stiamo registrando”. Così nasce la mia amicizia con tutti i Marlene e la seconda voce in Bellezza.

In quei tempi si concretizzò la collaborazione con Rob Ellis?

Sì! Rob era in studio con loro, lì ci siamo conosciuti. Conta che per me lui era il massimo, per due anni l’ho inseguito mandandogli tutto ciò che facevo. Dopo due anni mi arrivò un sms nella notte, era Rob che diceva che aveva trovato uno studio in Italia e che stava già lavorando alle mie canzoni. Con Rob ora c’è anche un’amicizia, ci sentiamo e ci veniamo spesso a trovare io a Londra e lui in Italia. È una persona con cui mi trovo veramente a mio agio e poi musicalmente abbiamo davvero gli stessi gusti.

Veniamo a “River”, tuo mini cd d’esordio. Soddisfatta del risultato?

Decisamente. Oltre alla collaborazione prestigiosa con Rob, mi sono occupata io di tutto. In più c’è una canzone, la seconda che dà il titolo a tutto l’album che è prodotta da me e arrangiata dal mio chitarrista, Riccardo Corso, con cui oramai ho un’ottima intesa musicale, sono più di due anni che suoniamo insieme e ci capiamo al volo. Rob e Riccardo hanno saputo in due modi diversi interpretare la mia musica e arricchirla con i loro contributi. Il lavoro ora sarà quello di preparare un nuovo album. Le canzoni sono pronte.

Puoi anticiparci qualcosa?

Ancora non so cosa verrà fuori veramente, ora sto solo lavorando per renderlo possibile. Spero in collaborazioni belle almeno quanto quelle di “River”.

Tornando alle tue canzoni, come mai la scelta dell’inglese?

Non saprei, ci sono tanti motivi. Il primo: perchè ce l’ho nel DNA, sia perchè ho parte della famiglia a Londra sia perchè ho sempre ascoltato musica in inglese, come tutta la mia generazione. Poi perchè l’inglese ha una fluidità e una musicalità più forti che l’italiano, so che confrontarsi con il mercato inglese è difficile, d’altra parte ti posso dire che le volte che ho suonato a Londra il pubblico è stato molto accogliente. Per cui vedremo… Non ce l’ho con l’italiano, anzi! Se dovesse venirmi fuori una canzone in italiano andrà benissimo.

Nei prossimi mesi sarai in tour?

Sto definendo alcune date, la prima sarà proprio a ridosso dell’uscita del disco al MEI d’autore a Faenza sabato 27 novembre. A Roma sarò in concerto al Rising Love nei primi giorni di dicembre.

Ci sarà anche Rob con te in qualche data?

Magari! Qui in Italia no, probabilmente sarò a Londra in primavera, vedremo se suonerà con me!

Tornando a “River”, che mi dici dei testi?

Quello che posso dire dei testi è che sono poesie, poesie che hanno senso quando incontrano la musica. È difficile parlare dei miei testi perchè non raccontano, bisogna sentirli e non cercare il senso come se fosse una descrizione.

Dopo Marlene Kuntz e Rob Ellis mi viene da chiedere se hai altri sogni del cassetto.

Bella domanda. Sì, ce l’ho ma non uno preciso! Mi piacerebbe lavorare ancora con un produttore inglese. Ecco, forse è questo il mio sogno nel cassetto.

Tipo?

Nigel Godrich, quello dei Radiohead. Mi pare impossibile per ora però!

Come trovi il panorama musicale italiano?

Lo trovo bene nonostante le enormi difficoltà. Mi pare che ci sono molti musicisti in Italia e molti autori, ci stiamo aprendo piano piano anche all’estero visto che molti gruppi scrivono in inglese. Qualcuno è apprezzato anche fuori d’Italia nonostante la condizione in cui è, l’Italia continua a essere una grande fucina di talenti artistici, no?

Questo sì, ogni giorno mese anno esce qualcosa di buono.

Infatti, però si lamentano tutti no?

Dei nuovi nomi, quali sono i tuoi preferiti?

Il teatro degli orrori, Paolo Benvegnù, The Niro…

Bene Giulia, l’intervista è giunta al termine. Ti ringrazio per la tua disponibilità, lascio a te le ultime parole.

Argh! Giulia fatti una domanda e datti una risposta? Scherzo… Sono felice dell’uscita di “River”, che è un disco che mi rispecchia e che sento molto, felice di avere collaborato con delle ottime persone e degli ottimi musicisti. Non posso che augurarmi di continuare a incontrare nella mia strada persone con cui condividere le mie idee e la mia musica come quelle che ho trovato per questo disco.

Marco Gargiulo

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