Wino – Adrift

A proposito di Scott Weinrich potremmo pensare sia già stato detto tutto. Il nostro Wino vanta una corposa e chilometrica carriera decisamente invidiabile e una prestigiosità esemplare grazie, soprattutto, agli Obsessed prima e, soprattutto, ai Saint Vitus in seguito. Il suo nome è legato indissolubilmente alla scena doom mondiale. Uno degli indiscussi padrini dell’hard – stoner – doom planetario. Ma anche questo non fa notizia.

Oggi però, seduti comodamente in poltrona, con “Adrift” fra le mani ci scontriamo con un Wino inusuale, fuori dagli schemi. Il buon Scott, in questo disco atipico, si presenta nelle vesti di “psych-menestrello” dipingendo dodici brani acustici di scuola tipicamente a stelle e strisce. Escludendo a priori la possibilità che dietro questo progetto vi possano essere velleità commerciali, è presumibile che “Adrift” nasca per dimostrare al popolo intero una certa dote e uno spessore tipico da vero songwriter. Wino, la sua voce, la sua chitarra; in queste dodici decide di mettersi completamente a nudo varcando la soglia del folk, del blues, del rock acustico di pura matrice americana. E, come ciliegina sulla torta, il tutto è condito con stravaganti inserti elettrici a tratti lisergici.

Nulla d’innovativo all’orizzonte, nulla di trascendentale nella costruzione dei brani; un disco onesto, da assaporare per quello che è senza troppi fronzoli. Eppure la sua semplicità, nasconde un microcosmo di surreali stati emozionali. Lo si legge apertamente quando ci s’imbatte nella prima parte dell’album dove ballate lisergiche del calibro di Hold on Love o la stessa title-track fanno da padrone. Momenti intensi tra la prepotente Mala Suerte e l’accattivante I don’t Care, uno scarno blues intento a racchiudere il John Mayall più classico e un Sea Sick Steve in acido. Per tutto il disco si ha la vaga (ma neppure così vaga) impressione di intravedere fantasmi Dylaniani, cosa che, si materializza in maniera più che evidente nella vivace ma purtroppo brevissima Whatever. Una Born to Lose irrequieta ma completamente ripulita quasi fosse interpretata da un Grent Hart in stato confusionale e l’indiscutibile isterico capolavoro Green Speed emergono con forza da questo lavoro solista.

Torno a ripeterlo: un prodotto onesto, vivo e interessante quel tanto che basta per essere riascoltato più volte ripetutamente. Certo non credo si possa urlare al miracolo ma, in fin dei conti, nessuno oggi inventa più nulla. Mr. Weinrich non è certo uno di quelli che vantano questa pretesa e gliene si da atto; del resto tutti prima o dopo, si cimentano con la sperimentazione acustica (vedi il già citato ex Hüsker Dü Grant Hart ad esempio), l’importante è farlo con classe è rispettando il proprio essere, la propria identità. Wino per quel che ci riguarda, l’ha fatto e ci è riuscito bene.

Cecco Agostinelli per Mag-Music

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