Non voglio che Clara – Dei cani

non voglio che clara - dei cani

non voglio che clara - dei caniParallelamente a “I mistici dell’occidente” e “I moralisti”, “Dei cani” rappresenta un’altra ottima uscita post-romantica e nostalgica. Questa volta sono i Non voglio che Clara a creare vortici d’emozioni di questo tipo, a quattro anni dal precedente album omonimo. Quattro anni in cui sembra che abbiano covato sentimenti forti ma semplici, comunque mediamente distanti dai normali clichè di vita cui assistiamo o direttamente ne facciamo parte. Qui, appunto tra romanticismi (niente di troppo mieloso comunque), nostalgia e citazionismi, si parla d’amore dimenticato, di divisioni, degli anni passati all’università e della meravigliosa gente conosciuta e spesso, ahimè, abbandonata. Il tutto su un sound denso, corposo, piacevolmente preciso, dove per strada s’incontrano i Baustelle che vanno a braccetto con alcune chitarre à la Wilco (il bridge de L’inconsolabile, synth e chitarra in primo piano, ricorda tantissimo i loro ultimi lavori); ma capita d’incontrare anche i classici Gino Paoli e Luigi Tenco sotto vesti, chiaramente, più moderne.

Niente di nuovo sul fronte, ad esempio il cantato de Le guerre e de L’inconsolabile ricorda tantissimo il citatissimo Bianconi; eppure “Dei cani” ha qualcosa in più che colpisce sin dai primi ascolti, qualcosa che trafigge il cuore con un fare elegante e sobrio, quasi superiore. Qualcosa che avviene anche grazie alla loro innata capacità di costruire immagini suggestive e quasi in bianco e nero, nonostante spesso si parli al futuro, delle sue normali conseguenze e dei cambiamenti che esso porta nei contatti con i compagni d’ora e di sempre; ma anche dei propri cambiamenti, che poi sono i più importanti. Quel qualcosa in più può anche essere la drammaticità che spesso va a sfociare in tragedia e in lunghi addii; drammaticità che, guardata col giusto occhio ottimista, si trasforma in una potente arma per farci pensare di più, abbattendo ogni paura.

Così, grazie alla produzione dello stesso Fabio De Min (frontman della band) e di Giulio Ragno Favero, nascono, oltre alle due sopra citate, altre bellissime nove canzoni; già l’accoppiata d’inizio de La mareggiata del ‘66 e Il tuo carattere e il mio scavano a fondo nell’anima, anche grazie alle musiche soavi e incisive; ci pensa la successiva Le guerre (arrangiata dai port-royal) ad agitare un po’ tutto approdando su un pop – rock di deliziosa forma. Dopodiché l’atmosfera si calma con poesie come Gli anni dell’università e Gli amori di gioventù, per poi rialzarsi lentamente con L’estate e Il dramma della gelosia, entrambe forti di un ritornello tutto da cantare a occhi chiusi. Leggermente più sorridente (si fa per dire, la gioia gira ben lontano da queste acque) è la penultima Secoli; ma è solo un’illusione, perché la finale La stagione buona, dove De Min fa accendere le luci soprattutto su di lui mettendosi quindi in primo piano, lascia l’amaro in bocca con un finale rumoroso e frastornato, che sa tanto di tragedia.

Ben poco resta da dire su di un album e su una band che fa della dolcezza impetuosa il suo punto di riferimento e la sua caratteristica principale. “Dei cani” ha davvero l’odore di un qualcosa d’importante per la musica italiana, a discapito di chi sostiene che il cantautorato, più o meno classico, ricco d’ottima retorica aleggia su altri fronti.

Davide Ingrosso

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