Arctic Plateau: Studio Report

Sta vedendo la luce in questi giorni il secondo album di Arctic Plateau, al secolo Gianluca Divirgilio. Il nuovo lavoro, ancora senza titolo e atteso nei primi mesi di questo 2011, uscirà come il debutto (“On a Sad Sunny Day”, 2009) per la tedesca Prophecy Productions.

Prima parte.

Non sono in grado di fare telecronache o reportage dirette della vita da studio che avvolge questo secondo capitolo Arctic Plateau, ma posso descriverne i contenuti, che per certi versi sono divenuti consuetudini di un progetto che proprio in studio vede la sua realizzazione finale. Ho terminato la stesura delle parti finali del disco immerso negli spettacolari scenari dell’isola d’Elba e il modo in cui è stato scritto risente molto dell’influsso del movimento dell’acqua, pur mantenendo un certo gelo di fondo.

In una freddissima giornata di dicembre 2010, nello studio Emerald Recordings di Roma, con Luigi Colasanti Antonelli e Fabio Fraschini, partono le sessioni di batteria, affidate a Massimiliano Chiapperi, batterista coinvolto nella parte live del progetto sin dal maggio 2009, data dell’apparizione di Arctic Plateau nell’annuale Festival “Wave Gothic Treffen” di Lipsia. Massimiliano utilizza un drumming molto preciso, essenziale ma diretto, di classe. Quest’ultima è una dote, che insieme alla straordinaria precisione sul tempo, alla conoscenza del rispetto per le dinamiche strutturali in un brano e alla conoscenza teorica della costruzione ritmica su un pattern armonico, lo rende unico.

Sul versante drumming in particolare, la persona di Luigi Colasanti Antonelli, fonico dell’Emerald Recordings, ha contribuito al raggiungimento di quel suono che, in ripresa, ci ha aiutati a capire in quale direzione potessero andare l’impatto e la dinamica dello strumento.

Il solido basso cinque corde di Fabio Fraschini ha creato il moto di trasmissione per una ritmica che di brano in brano richiede parecchie variazioni, sia dal punto di vista strutturale che ritmico. Un difficile compito quello di Fabio; alcuni nuovi brani richiedono l’utilizzo dell’andamento tipico dell’onda in stile wave, incollata alla cassa del batterista, in alcuni altri tutto questo è bandito. Fabio si è anche questa volta distinto, a mio naturale modo di osservare e ascoltare, per essere un musicista che guarda alla musica ben oltre gli schemi del clichè di questo o quel genere ed io non lo sintetizzerò mai come un semplice turnista, ma come un vero e proprio artista, anch’esso unico, del modo di strutturare e saper(si) destrutturare al servizio del brano, consapevolmente, attingendo all’esperienza e non alla semplice improvvisazione; elemento, quest’ultimo, in antitesi alla ricerca, che per molti, ma non per Fabio, equivale a fare le cose come vengono.

Le voci: tuttora in fase di esecuzione.

Posso solamente dire che senz’altro, rispetto al passato, questo disco, composto per lo più da canzoni, contiene linee vocali che mi hanno dato modo di confrontarmi con strutture musicali particolari; la voce è a tratti utilizzata come un suono e a tratti protagonista. Uno strumento strano, la voce; essa vive insieme ai propri stati d’animo e ne riflette gli umori, giace in fondo a se stessi ed emerge nei momenti più inaspettati, per poi sprofondare nel silenzio, dentro ognuno di noi. Per me non è diverso, e ascoltando i vari brani dell’album, il concetto sarà maggiormente chiaro.

Momentaneamente questo è quanto succede nello studio di registrazione di via Cernaia, a Roma.

Seconda parte.

A causa di un’improvvisa bronchite mi trovo costretto a sospendere le sessioni in studio; fortunatamente le voci sono terminate.

Il concetto di voce, in senso assoluto del termine, non mi è congeniale, in quanto i cosiddetti cantanti, che io amo o a cui m’ispiro, non sono esattamente cantanti sopraffini in quanto a tecnica canora. Il filone wave anni ‘80 – ‘90 è denso di produzioni che apprezzo, ma lo stesso filone shoegaze o il post-punk non ammette vezzi da primadonna isterica in preda a virtuose smanie. Posso anticipare sicuramente che in alcuni brani la mia voce esce molto più delineata del solito, e in studio è stato piacevole confrontarsi con un microfono vintage che non perdona neanche il sibilo più stretto, ma che dona una carica espressiva non indifferente al fortunato interprete che ha il piacere di ritrovarselo di fronte, celato dal filtro antipop.

In quest’album ha partecipato Fursy Teyssier (Les Discrets) con la sua voce su un brano, Loss and Love; egli ha cantato armonizzando a tratti la mia voce, in modo etereo, musicale e altamente raffinato, come solo lui e il suo stato di grazia da bell’imbusto francese poteva fare. Lo ringrazio molto e credo che in futuro faremo altre cose insieme.

Una nota a parte merita la partecipazione del grande Carmelo Orlando dei gloriosi Novembre; purtroppo nei giorni in cui scrivo sono influenzato e quindi abbiamo deciso di rimandare a qualche giorno le sue sessioni su un brano scritto da me appositamente come tributo a questa grande band che ascoltai per la prima volta nel 1994 con un album che ancora oggi ritengo innovativo e geniale e di cui custodisco gelosamente una copia originale dell’epoca.

Per il resto, chitarre comprese, è stato utilizzato il classico suono Arctic Plateau, forse qualcosa in più rispetto al primo album può essere l’uso di un Fender Rhodes dal sapore molto vintage, in un brano dall’incedere molto lento e dilatato ma centrato su differenti dinamiche.

Rispetto al primo disco abbiamo utilizzato complessivamente un diverso concetto di parametro di compressione, pertanto il missaggio dei suoni, per via della varietà delle caratteristiche di ogni brano, è in via di finalizzazione. Non è semplice gestire un così ampio margine di frequenze raccolte in un disco intero; ogni canzone è un brano a sé, molto più che nel precedente album. E’ un disco di canzoni scritte come tali, ma arrangiate come fossero dei frammenti di anime diverse che s’incontrano e dialogano attraverso gli strumenti con la voce che ne tiene campo, a volte in testa e a volte in coda, come se fosse il racconto della sceneggiatura di un film. Questa era l’idea che avevo e questa ne è la realizzazione. Credo possa piacere, al di là delle parole e dei concetti, più o meno scritti, su carta o su un monitor.

È presente un brano che inizia con delle voci a cui tutti noi possiamo risalire, che inevitabilmente appartengono a tutti. Voci che sono di qualcuno ma che appartengono a ognuno di noi, come un patrimonio di vita vissuta e conservata.

Non ho mai apprezzato le iperproduzioni e sono sempre stato affascinato da quei dischi che contenevano un sapore grezzo e viscerale, produzioni che hanno fatto storia pur non gravitando attorno a budget stellari, ma che avevano “tutte le loro cose al posto giusto”, insomma ben suonati ma prodotti in modo attento all’umore del concetto intriso nell’album. Per me ha sempre significato molto il concetto di album in sé, piuttosto che il marchio che la band aveva dei/nei suoi “prodotti” musicali, specie se la band in questione aveva sempre lo stesso tipo di produzione.

I mix riprenderanno a breve, indipendentemente dal mio stato di salute. Ringrazio Mag-Music e colgo l’occasione per anticipare che potrebbero esserci alcune date live in Italia, verso primavera, ma di questo parleremo meglio dopo l’uscita del disco. A presto per la terza e ultima parte del report.

Terza parte.

Rientro in studio frastornato dagli antibiotici ma reattivo e soprattutto con le orecchie ben libere. Oggi ho l’animo sereno di chi ha già una parte di suono in testa.

Non mi è stato pesante il viaggio fino a questa fermata di autobus, oggi. Strano. Non ho ancora preso il caffè ed ho freddo. Mi rivengono in mente echi del passato, di quando andavo alle scuole superiori indossando un chiodo mentre “A Blaze in the Northern Sky” nelle orecchie mi edulcorava l’anima, di quando avevo i Cure e i Duran Duran in tasca, ma in differenti tasche, come se quei mondi in cassetta fossero ben separati l’uno dall’altro e non si dovessero mai incontrare. Mi vengono in mente i giorni di quando ascoltavo techno e mettevo i dischi ai Cantieri del nord il pomeriggio al Corso, di quando passavo giorni interi chiuso in casa a suonare, di quando la musica prendeva il posto dei giochi comuni di tutti i giorni, prendeva il posto del calcio, prendeva il posto della fidanzatina, prendeva tutto e lo trangugiava avidamente, rendendomi indomito e sveglio, ma anche particolarmente egoista.

Rivedo a volte quel ragazzo con lo strumento sulla spalla, l’incontro spesso, dappertutto, negli occhi di altri ragazzi a loro volta con lo strumento sulla spalla, e mi capita tra me e me di fargli un in bocca al lupo, che la musica possa portarlo a conoscere tutto se stesso, perché il successo è questo. La notorietà, al contrario di quanto si possa immaginare, non conta un cazzo.

Oggi ci viene a trovare Carmelo Orlando. Ho appuntamento con Luigi e Fabio alle 10.00 per il caffè d’inizio giornata ma sono in ritardo, bloccato su questo mezzo, nel traffico incessante di Roma. Chiudo qui e scendo. A presto.

Le sessioni con Carmelo iniziano nel primo pomeriggio e appaiono sin da subito rilassate; Carmelo segue il mood della clean vocal donando sulla strofa finale un prezioso istante magico che precede un arpeggio a due chitarre, preludio di uno scream lacerante che io ritengo senza ombra di dubbio il migliore al mondo. Conseguentemente il brano ne riceve un’impennata di tensione emozionale non indifferente. Ho scritto la canzone in questione nel mese di agosto ed ho completato il testo durante la notte, in una delle isole italiane più magiche, carta e penna alla vecchia maniera e base in cuffia. Lo scream del mare si mischiava perfettamente all’ultima parte del pezzo; nessuno meglio di Carmelo avrebbe potuto interpretare questa parte. Lo ringrazio per la sua grande professionalità e umanità.

Il mix è stato effettuato in momenti differenti e devo ripetermi, è la cosa più vicina a ciò che avevo in mente sin dall’inizio; questo è stato possibile grazie ad un’ottimizzazione dei tempi, che in studio non bastano mai, ma soprattutto all’ottimo lavoro svolto dallo studio Emerald, in ripresa e nei frangenti di cura del suono, che non ha creato problemi di fase ma al contrario ha valorizzato e arricchito ogni sfumatura dal sottoscritto pensata sin dall’inizio, nelle pre produzioni casalinghe che ogni volta sottopongo allo studio in forma di provini.

Foto di Luigi Colasanti Antonelli, per gentile concessione di Prophecy Productions.

a cura di Arctic Plateau

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