Colore Perfetto – L’illusione del controllo

Domanda: nel 2011 si può ancora ascoltare un album di classico rock d’autore, che nello stesso tempo sappia essere sia tradizionale che originale e multiforme? Prima di aver a che fare con “L’illusione del controllo”, avrei risposto probabilmente di no. L’album in questione, prodotto dall’esperto Giacomo Fiorenza (Moltheni, Offlaga Disco Pax, Paolo Benvegnù), è l’opera seconda del terzetto perugino Colore Perfetto.

Nelle prime righe parlavo di qualcosa che sappia essere tradizionale, ma anche originale e dalle tante sfaccettature dimostrabili. Bene, trovare tutte queste caratteristiche tra le dieci tracce che compongono questo disco è un piacere. È così bello e coinvolgente ascoltare un album che davvero non nega nulla. Non è, infatti, difficile trovarsi in brani che coniugano con eleganza suoni e frangenti duri e dal forte impatto con un affascinante impegno poetico che sa essere introspettivo, sincero, schietto. Esempio più che palese di quest’abile modo di esprimersi è L’illusione, che, ricordando in parte i vecchi Afterhours, segue per tutto il suo percorso un riff rigido, veloce e aspro sul quale si dilatano altre chitarre ricche d’effetto, decisamente cattive. Anch’essa fiera del suo giro di chitarra, questa volta più pacato ma comunque scontroso, Cagna fedele unisce in un colpo solo Moltheni (che tra l’altro segue i Nostri sin dal primo album, “Il debutto”) e Paolo Benvegnù. Quest’ultimo nome è senz’altro quello che ricorre più sovente tra i tanti, infatti, nel secondo brano, L’impercettibile, sia il giro armonico che il cantato (soprattutto nel ritornello) non sfigurerebbero in una qualsiasi sua produzione; ma anche Due fuochi, che nei primi tre minuti si compone di una certa sobrietà e di un canto in decadenza quasi à la Fabio De Min dei Non voglio che Clara, ricorda il Benvegnù più espressivo, grazie ad una bellissima apertura melodica. Altro punto forte de “L’illusione del controllo” è la capacità di mischiare bene le carte, cambiando registro senza alcun timore. Come un’ombra ne è una lampante dimostrazione, con la sua lunga coda strumentale dimessa e psichedelica. Peculiarità quest’ultima da non tralasciare, perché la traccia che conclude il lotto, 9 A. M., è un calderone di quasi dieci minuti articolato da attitudini e suoni psichedelici, dove il buio dominante è sfibrato da chitarre distorte di palpabile sapore vintage, che piaceranno addirittura ai fan di alcuni Motorpsycho. Un colpo di coda che stende a terra senza preoccupazioni alcune, senza la paura di strafare.

Questa è roba già sentita, inutile negarlo, ma ancora pochi riescono a proporla con tal efficacia; dacché ne deriva un ascolto interessante dalla prima all’ultima canzone.

Davide Ingrosso per Mag-Music

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