Valerian Swing – A Sailor Lost Around the Earth

Valerian Swing - A Sailor Lost Around the Earth

Valerian Swing - A Sailor Lost Around the Earth“A Sailor Lost Around the Earth” è un disco non facilissimo, non prettamente diretto e non digeribile al primo ascolto. Dopo una tale prefazione scatterebbe l’improvvisa tentazione di accantonarlo nella pila dei dischi di serie B, quelli che ti entrano da una cavità uditiva ed escono dall’altra senza lasciare traccia del loro passaggio. Eppure tra le dieci “maglie” di questo digipack si nasconde qualcosa che va oltre l’ascolto sterile di costruzioni preconfezionate ma che, curiosamente, si spinge ai confini della sperimentazione.

Sin dai tempi di “Draining Planning for Ears Reflectors i quattro musicisti di Correggio ostentavano quest’inclinazione alla commistione e allo sperimentalismo percorrendo il sottile filo del suicidio artistico. Eppure i Valerian Swing scommettono ancora sullo stesso numero, sullo stesso “noir” o “rouge”, materializzando questo lavoro sicuramente di nicchia e quel tantino demodé da renderlo interessante.

Di fatto l’ascolto ripetuto specie delle prime tre tracce spiazza per l’incommensurabile numero di riferimenti che emergono.  Certo è che, volontariamente o involontariamente, il combo emiliano sembrerebbe invaghito di un certo Louisville sound primordiale rivisto e corretto in chiave “cubista” a colpi di sofismi che rasentano lo sperimentalismo jazz. Probabilmente ci è stato servito in tavola un enorme frullato, dove trovano posto i Gorge Trio come gli Shellac, I June of ’44 o le piacevoli assurdità dell’O’Rourke più deviato.

Le atmosfere disegnate dai Valerian Swing sembrano seguire un filo conduttore poco ortodosso ma incisivo, Pleng e Hynagogic Hallucination? Sound in the Void ne rappresentano l’inconfutabile prova, scardinano i concetti di un hard quasi settantiano a colpi di contortissimi riff che sembrano fuoriuscire dalle fonderie della Skin Graft.

Eppure il concettuale filo conduttore c’è ed è l’implacabile tecnica che incornicia questo lavoro incredibilmente contorto e sfaccettato; a cavalcare una sezione ritmica incisiva e indomabile, chitarre metafisiche e a tratti elegantemente feroci e azzeccati campionamenti non invasivi.

In “A Sailor Lost Around the Earth” c’è tanto spazio anche per la melodia che in più occasioni soccombe sotto il peso di sincopi e controtempi improvvisi e d’impatto. Nei momenti più rarefatti e nella scelta delle linee melodiche sembrano quasi rifarsi ai norvegesi Motorpsycho specie se li immaginiamo relazionati al progetto Jagga Jazzist Horn. A Sea in your Divine Fast, Nothing but a Sailor Lost Around the Heart sembrano quasi avvinghiare sfruttando i crescendo tipici del trio di Trondhaim. Nonostante l’opener Dr. Pengl is there trae in inganno per l’impeto e per le convulsioni ritmiche che ne caratterizzano lo scorrimento, qui i Valerian Swing sembrano quasi mimetizzarsi tra le trame dei newyorkesi Tripod ma il proseguo è ben più ricco di spunti creativi. Le roi cremoux conferma l’attitudine del combo di Correggio nell’ostentare sviluppi imprevisti e poco ortodossi ma finemente amalgamati.

“A Sailor Lost Around the Earth” è, come ripeto, un disco non facile ma decisamente gustoso, terreno fertile per tutti coloro che vantano un palato raffinato e famelici di originalità ad ogni costo.

Cecco Agostinelli

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