L’impero delle ombre – I compagni di Baal

L'impero delle ombre - I compagni di Baal

Lo sceneggiato di Pierre Prévert è il filo conduttore di quest’attesissimo concept siglato dagli affiatati fratelli Cardellino. Dall’uscita del fortunato album omonimo, sono passati parecchi anni e il meritevole risultato vede premiare tanti sforzi e, soprattutto ne giustifica il lungo lasso di tempo.

I compagni di Baal” non va letto come album, come prodotto discografico fine a se stesso. È la giusta concretizzazione sonica di sequenziali fotogrammi precisi.

Definirlo un buon disco di hard-rock progressivo sulla scia dell’aura seventies più intransigente potrebbe risultare per assurdo quasi limitativo. “I compagni di Baal” va assimilato in un’ottica più ampia. Inutile riversare l’attenzione su quanto musicalmente possa aver fornito fonte d’ispirazione; Giovanni Cardellino e soci emanano cultura in tal senso da ogni poro e lo si evince dalla caratura degli arrangiamenti, dall’impeccabile songwriting mai sotto tono e dal “tiro” prepotente che ne riveste l’esecuzione.

Momenti di empatica intensità si alternano con furiose incursioni elettriche; un andirivieni di sussulti emotivi che rispecchiano in toto l’idea scenografica di fotogrammi che si rincorrono, un disco la cui cura sembra più dettata dall’esigenza di una regia che da quella di un direttore d’orchestra.

Immagini e suoni che sfaldano l’idea stessa di concept album, la superano e la riscrivono con cura minuziosa; L’impero delle ombre raccoglie l’ardua sfida e ne esce vittorioso.

Le atmosfere oscure e sinistre che dettavano legge nello sceneggiato francese trovano collocazione spazio temporale tra i riff spesso ossessivi, profondi e al limite del doom più integralista.

L’ottima performance del tastierista Oleg Smirnoff riesce a scollare L’impero delle ombre da quei pericolosi luoghi comuni nei quali è facile incespicare, la sezione ritmica sempre ben presente e ricca nutre il progetto di linfa vitale e fornisce un ineccepibile tappeto all’impeccabile Andrea Cardellino, capace di proporsi in maniera equilibrata destreggiandosi tra virtuosismo e solida concretezza.

Il combo pugliese tocca l’apice in Diogene, in Divoratori della notte e in Sogni di dominio disseminando gratuitamente veri e propri brividi, ma è Cosmochronos che sottolinea un’imponenza creativa acuta celata dietro una sorta di semplicità apparante dove la mostruosità ritmica raggiunge livelli impressionanti. L’oscura persecuzione innesca esplosioni sotterranee; mastica e rigurgita il pesante riff portante, apparentemente scontato, per consacrarlo su di un altare per poi inghiottirlo in un vortice di progressive incalzante, capace di far impallidire i Birth Control più concentrati.

Un disco assolutamente necessario, un gigantesco balzo in avanti della formazione salentina patrocinato dall’ormai onnipresente Black Widow Records.

Cecco Agostinelli

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