The Oracles – Have a nice trip

La nostra penisola è sempre più interessata al fenomeno Inglese e lo dimostrano anche i giovanissimi The Oracles. “Have a nice trip” risiede in tutto e per tutto fra i pilastri portanti di un indie-rock easy nell’approccio e robusto nell’impatto. Ritornelli facili e riff sporchi delineano l’intera opera ammiccando soluzioni tipicamente rock’n’roll spesso in linea addirittura con la scuola Australiana. Sfruttando semplicistiche soluzioni alla Foo Fighter, gli Oracles si spingono a spremere e reimpastare valvole di sfogo sul modello dei primi Datsuns privati della loro foga distruttiva.

Non c’è nulla di nuovo all’orizzonte: semplice rock impregnato di normalità e di qualche residuo post-grunge avvelenato da coriandoli di sovrasfruttato british-pop. Così potremmo sintetizzare un disco che, tutto sommato, non infastidisce, ma non decolla nonostante la timida ma abbastanza convincente opener I wanna live in a dream machine.

Gli Oracles non sembrano voler stupire l’ascoltatore tento da affievolire l’interesse con What’s my style, un basilare rock’n’roll dai tratti vagamente emaciati senza però cadere nel banale più assoluto. Prisoners è apprezzabile fosse solo per una sorta di sudditanza al Pavement sound e Not my time sembra avventurarsi tra rottami Brit pop.  Gli Oracles sembrano quasi affrontare con insofferente menefreghismo l’idea stessa dell’inconcludenza cimentandosi in hard-rock’n’roll poco incisivi quali Wisdom & rock’n’roll e Checkpoint Charlie dove, specie in quest’ultima, sembrano negativamente influenzati dai Mudhoney di “Five Dollars”. Mushroom è sinceramente l’episodio più degno di plauso, la traccia esce dal seminato svelando una buona propensione della band nel saper scrivere anche pezzi interessanti e d’effetto ed è un vero peccato che l’attitudine non si sia materializzata anche nelle restanti composizioni.

In fin dei conti gli Oracles passeggiano in un territorio realmente minato, dove la trappola dell’inconcludenza risiede e regna sovrana. Ad aggravare la situazione ci sono i limiti evidenti di un cantato poco brillante e una parte solistica elementare capaci insieme di penalizzare anche quei seppur rari ma buoni spunti creativi sparpagliati qua e la.

Purtroppo per quanto saturare i suoni possa in qualche modo arricchire la materia prima, sarebbe opportuno e necessario uno sforzo maggiore in più in materia stilistica per raggiungere la sufficienza ma, come plausibile, attendiamo nuovi sviluppi in attesa che si concretizzi un’auspicabile dose di malizia in più… che certo non guasta.

Cecco Agostinelli per Mag-Music

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