Intervista a Cesare Basile

cesare basile

A tre anni da “Storia di Caino”, torna Cesare Basile con un nuovo album ricco d’esperienza e d’onestà. Già il titolo è tutto un programma: “Sette pietre per tenere il diavolo a bada“. Noi ne approfittiamo per fargli qualche domanda.

– Cos’è successo in questi tre anni? Come mai questo nuovo disco contiene così tanto della tua terra natia, la Sicilia?

– Diciamo che mi sono confrontato con un dolore, ho provato a superarlo e a riscoprirlo come appartenenza. Gran parte della mia giovinezza l’ho spesa lontano dalla mia terra, convinto che la mia terra mi stesse facendo del male, il che è vero solo in parte. Il male maggiore lo subisce la mia terra da sempre, lo subisce da chi ne ha fatto una riserva da sfruttare e dai suoi figli peggiori che questo hanno permesso. Le canzoni dell’album sono il frutto e la causa di questo percorso.

– Dalle tue canzoni trasuda sempre un forte calore spirituale; che rapporto hai con la fede (intesa in tutte le accezioni del termine)?

– La mia fede non è fatta di cielo ma di terra e polvere. È la ricerca della dignità degli ultimi fra gli ultimi. Ed è difficile perchè non ha nulla a che fare con la carità ma vorrebbe essere partecipazione e condivisione, resto comunque un privilegiato e faccio i conti con questo.

– “Sette pietre per tenere il diavolo a bada” è un disco registrato perlopiù a Milano, tua città d’adozione, mentre per il mixaggio hai scelto Sorrento, precisamente il Monopattino Recording Studio di Peppe De Angelis.

– Solo le ultime fasi delle riprese sono state effettuate a Milano, per il resto ho lavorato dove capitava e con chi capitava. Ho volutamente saltato la pre-produzione perchè l’istinto mi diceva che dovevo affidarmi alle occasioni e fermarle così come venivano. Poi sono andato a missare a Sorrento da Peppe e a farmi ispirare dalla costiera.

– Parlando di Sorrento cito Songs for Ulan, progetto di Pietro de Cristofaro, di cui hai curato la produzione del suo ultimo album “The globe has spun and we’re all gone”. Muovendoci sempre sul territorio campano, hai curato anche il mixaggio del prossimo disco dei The Softone. Questi nomi si vanno ad aggiungere a una lunga lista di band e artisti, di tutto lo stivale, con cui hai collaborato: Dimartino, Marlowe, Micol Martinez, e così di seguito. Ti stimola molto lavorare con le “nuove leve”?

– Sono legato da tempo alla Campania, mi sento a casa da quelle parti. Forse sono un inguaribile duosiciliano. Pietro è un fratello e la sua famiglia è la mia seconda famiglia. Giovanni dei Softone mi ha accolto come un signore. C’è sempre qualcos’altro quando si lavora insieme, non si tratta solo di fare un disco, ci si sceglie lavorando insieme. Quando questo non avviene il lavoro non suona. Con ognuno di quelli che hai citato c’è un legame che parla d’altro. Il disco è solo un’occasione.

– Voltiamo pagina: ho notato che lo spazio apposito per le info, nella tua fan page di Facebook, è riempito con una citazione di Woody Guthrie: “Me ne vado dove l’acqua ha il sapore del vino, Signore”. Tu che, stando a quanto ne so, hai girato in lungo e in largo, hai raggiunto questa meta? O, più o meno come dice il vecchio proverbio, pensi che questa terra ideale sia quella in cui si nasce e si cresce?

– La terra ideale non esiste. La terra ci appartiene tutta. “This land is my land”, cantava Guthrie. Diventa nostra quando la percorriamo e ne condividiamo speranze, ansie e dolori, quando non ci fermiamo all’attraversamento turistico di un luogo ma cerchiamo di sfiorarne il cuore.

– Rimanendo in tema social network, sempre su Facebook ebbi il piacere/spiacere di leggere una tua nota riguardante la chiusura della Casa 139 di Milano. Mi dici qualcosa in più, secondo il tuo pensiero, su queste tragiche prese di posizione, magari collocandole in quello che in generale stiamo vivendo?

– Sta vincendo l’ignoranza, la malafede, il malaffarismo. La chiusura degli spazi “altri” è solo uno dei passi del potere. Purtroppo siamo ancora al Vivi Consuma Crepa senza pensiero critico, senza che ci sia tempo e volontà per il pensiero critico. Le grandi risposte passano dall’azione individuale e collettiva, da un pensiero partecipativo e dal chiedere conto di tutte le malefatte che la società è costretta a subire da uomini senza onore.

Foto di Corrado Lorenzo Vasquez

Davide Ingrosso

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