Oh No Oh My – People Problems

Prima di “People Problems”, ben pochi avranno sentito parlare di questi Oh No Oh My. Di fatto, la loro precedente opera prima è stata un’autoproduzione composta dai loro primi lavori casalinghi. Fattisi sentire grazie all’opening dei concerti dei Flaming Lips, i quattro texani impiegano ben cinque anni per arrivare alla conclusione di questo fresco e coinvolgente secondo atto.
In barba alla loro terra di provenienza (Austin, per la precisione), le coordinate di questo più o meno giovane progetto si vanno a scovare sia nell’Inghilterra (dai Beatles al brit-pop), che nell’America pop dei Death Cab For Cutie e dei Nada Surf.

Sin dalle prime note di Walking Into Me, si spande nell’aria un dolce profumo primaverile; twee-pop saltellante prodotto nel migliore dei modi, dove a fare la differenza c’è anche la monocorde ma divertente voce del leader Greg Barkley. Ed è proprio la produzione sorprendentemente brillante e pulita a prendersi il ruolo di mischiare le carte in tavola con singolare maestria, come dimostrasi nella successiva You Were Right: ritmi accelerati, chitarre distorte e agili che sfociano in un ritornello emozionante e spensierato; al contrario in parte di quanto avviene in Again Again, con un fischiettante finale dedito a sprazzi di trombe e cori. Piuttosto seria, ma non troppo, è anche I Don’t Know, col suo equilibrato finale impreziosito dagli archi. E se i (quasi) due minuti acustici di So I Took You rimandano a un Sufjan Steven maggiormente zuccherato, i quattro e qualcosa di Brains si vanno a posare su un crescendo intenso fatto d’archi à la Belle and Sebastian che nel finale si tramuta in un compendio di chitarre distorte e batteria rumorosa. In There Will Bones la cosa si fa più complicata e l’abilità di composizione per nulla convenzionale (soprattutto i ritornelli) appare ancor di più a galla. Fattore in primo piano questo; per dirne una: anche lo stile retrò di Should Not Have Come To This incorpora questa tendenza, ricordando un po’ gli Shins più acustici. E così, dopo il breve carosello di (appunto) Circles and Carousels, non rimane che perdersi nel ritmo e nelle confortanti ed elaborate chitarre soliste della conclusiva Summerdays, dove s’intuisce una splendida sensibilità e si spera bene per il futuro.

In dispetto al titolo, questo esaltante lavoro ci regala dodici pezzi fatti apposta per farci allontanare dai problemi quotidiani, vorticandosi egregiamente tra le sue tante sfaccettature possibili.

Davide Ingrosso per Mag-Music

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