Graal – Legends Never Die

Il calore sprigionato dal microfono che straccia le linee di un rock ruvido e incisivo, le chitarre robuste quel tanto che basta e soprattutto sature al punto giusto, riff che avvolgono e legano tra melodie accattivanti e tiro istintivo. Nulla di strano se stessimo parlando di una tipica band a stelle e strisce. Ma i Graal, si sa, sono di Roma e si rifanno vivi con questo “Legends Never Die”, ultimo full-lenght dei cinque capitolini siglato dalla genovese BloodRock Records.

Potremmo chiudere questo capitolo snocciolando verità ovvie ma prive di reali contenuti interessanti; i Graal, da sempre affascinati da sonorità hard seventies, trascrivono l’ennesima visione vintage per darla in pasto al sempre più folto pubblico di amanti del genere. Un’ennesima riprova che “la vecchia scuola” paga quasi sempre e quasi in ogni caso.

Potremmo continuare sulla falsa riga di questi concettuali luoghi comuni infarcendo con riferimenti ovvi di Zeppeliniana memoria ma commetteremmo un gravissimo errore. Dietro i Graal c’è molto di più. Musicisti completi e soprattutto armati di cultura sopraffina capace di rimescolare e rinfrescare gloriose eredità dal passato. Nei solchi si annidano sulfurei ammiccamenti nei confronti di riferimenti meno conosciuti ma d’incredibile spessore e importanza. Dai Third Power fino agli Affinity, dai Blackwater Park di “Dirt Box”, magari passati al setaccio dai Gravy Train, ai Fanny Adams più solidi e concreti (non quelli di “They’re all losers” per intenderci), mantenendo comunque un’identità indiscutibilmente originale e una personalità fuori dal comune.

Potrei dilungarmi ancora per svariate righe ma il succo del discorso non cambia: “Legends Never Die” è un disco che quarant’anni fa avrebbe certamente scardinato le classifiche, oggi, purtroppo (e ribadisco purtroppo) è rilegato a ricoprire il semplice ruolo seppur prestigioso di cult nell’underground nonostante meriti un’attenzione più degna se non altro per la cura con la quale viene concepito. In questo dodici tracce, i Graal superano se stessi per arrivare a consolidare l’idea di album della maturità. Ogni cosa è al suo posto e non si avvertono distrazioni o passi falsi. “Legends Never Die” è la rivisitazione metafisica di letture sofisticate, dove tutto è la celebrazione di tutto e soprattutto dove nulla viene lasciato al caso. God of War è la conferma assoluta di quanto sostengo; le concessioni melodiche esaltano il riff portante e la voce blinda l’ascoltatore per tutta la durata.  Qui, il buon Andrea Ciccomartino sprigiona dalle corde vocali qualcosa che sta a metà strada fra un Paul Stanley e un Warren Haynes ringiovanito. La strumentale The Sky over Dublin (to Miriam) letteralmente culla i sensi senza lasciar scampo all’emotività e I’ll Find a Way arriva a soggiogare i neuroni per intensità Il resto è cronaca; i Graal stravincono sulla lunghezza spiazzando grazie ai loro giochi pindarici. Dalle ballate epiche sulla scia di Across this Land a episodi più granitici come in Time to Die, i cinque romani sferrano colpi bassi che finiscono tutti a segno. Ogni brano è storia a se; colpisce il songwriting e soprattutto la caratura degli arrangiamenti. L’album è un concentrato d’idee alchemicamente ben strutturate e di sviluppi raffinati.

Avere “Legends Never Die” ben riposto nella propria discografia dovrebbe essere obbligatorio per decreto.

Cecco Agostinelli per Mag-Music

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