Fraulein Rottenmeier – Elettronica maccheronica

Fraulein Rottenmeier - Elettronica maccheronica

Fraulein Rottenmeier - Elettronica maccheronicaLa ricetta del giorno.

Cos’è fare musica al giorno d’oggi? Comporre, scrivere, suonare con passione quello che più ci si sente dentro, concepire, convertendolo in note, qualcosa con lo scopo di trasmettere sensazioni ai più. Questo e altro. Perché fare musica significa anche usufruire di calderoni da rimpinzare con elementi di varia natura, affinché questi possano venire a formare, nella maggior parte dei casi, degli affascinanti ibridi tra un genere e l’altro, altresì dette fusioni, per usare termini di matrice scientifica. E quanti calderoni sono stati utilizzati per cotanto scopo, tanto bene quanto male? Parecchi, indubbiamente. E questo è uno dei tanti, dei più recenti e di quelli che verranno.

Da dove cominciare? Beh, prendiamo una figura non propriamente affidabile, per non dire truce, una certa signorina (Fraulein) Rottenmeier. Inseriamola nel contesto di una città, in questo caso Brescia. Già, quella che è stata la patria dei Timoria. Poi, a prestarle attenzione, tre ragazzi (Giorgio Laini, Mauro Comelli e Franco Bruna), partiti con un demo e qualche EP caratterizzati da sonorità dure e in certi momenti anche un po’ rarefatte, per non dire con qualche richiamo ai primi Verdena. In mezzo mettiamoci, come produttore e musicista addizionale, nientemeno che Gian Maria Accusani, ex Prozac + e oggi Sick Tamburo/Hard Core Tamburo.

OK, è tutto pronto? Possiamo cominciare? Bene. Voce, basso, sintetizzatori, batteria e qualche chitarra sono gli ingredienti principali per quella che potrebbe essere sarcasticamente definita una Gran ricetta per la plastica, una ricetta che porterà alla nascita, manco a dirlo, dell'”Elettronica maccheronica“.

“Elettronica Maccheronica”? E che cos’è?” diranno i più. Bella domanda, perché il genere di cui sopra incarna le premesse esposte in precedenza, essendo una specie di creatura provvista tanto di quantità quanto di qualità, oltre che di una certa ironia nei confronti del concetto di “made in Italy”.

Perchè?“. Ecco, appunto. Dicevamo, è necessario spezzettare gli elementi di cui sopra in più parti e poi impastarli e frullarli a dovere, facendo poi cuocere a fuoco lento, per far sì che prendano forma canzoni che vanno dal punk simil-masochista (il “Dategli un martello per vedere se lo fa godere” di Dente da latte) al romanticismo in chiave new-wave (Ornella TVB) e insospettatamente trip-hop, tra Morcheeba e Massive Attack (La nostra romantica ballata pop, unico rimasuglio di quelli che sono stati i precedenti EP), da una mai troppo velata paura della società circostante e del cosiddetto “complottismo” (“Monarchia”) a una specie di acid dance tra il raffinato e il nervoso, tanto funkeggiante (La conoscenza, Dietro la lavagna, che cita P.J. Harvey e che potrebbe essere la loro Rid of Me in certi momenti) quanto con la presenza di affascinanti richiami alle melodie tanto degli Alan Parsons Project di “Eye in the Sky” quanto dei Kraftwerk più dolci del periodo “Trans-Europe Express” (Lacrime in tangenziale), fino all’ipotesi che possa vedere la luce quello che non è mai stato Great DJ dei Ting Tings (l’irresistibile brano di lancio Dancefloor).

Il tempo di cottura è finito? Tutto è a buon punto? Bene. Distribuire la delizia che ne verrà fuori su un supporto cd. Usare con molta, molta cautela.

Dite un po’, è o non è questa una “gran ricetta per la plastica“?

Però state attenti: il risultato va al di là della plastica, molto lontano da essa, è un materiale dal valore maggiormente elevato. Che le radio inizino a tremare, non c’è scampo. E che inizi a tremare anche quel corvo tutto nero, non sia mai che scappi via dalla classe per troppa emozione.

Nel frattempo lasciamo che il palato dica la sua. A meno che, non l’abbia già detta, ma poco chiaramente, visto l’irresistibile risultato. Gnam!

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