Songs for Ulan – The Globe Has Spun And We’re All Gone

songs for ulan - the globe has spun and we're all gone

Questo è il terzo lavoro per Pietro De Cristofaro, in arte Songs for Ulan. Affidatosi nelle abili mani di Cesare Basile, il napoletano si era già fatto notare per il precedente e primo album “You Must Stay Out”, che seguiva un EP ai più sfuggito. Già allora appariva un certo saperci fare e un’attitudine tutta americana, che, quantomeno in questi termini, in Italia ben poco si nota. E il nuovo “The Globe Has Spun And We’re All Gone” certifica tutto quanto, anche la consapevolezza che, per forza di cose, nella nostra terra un album ed un suono di questo genere non possono riscuotere il successo che meritano. Ma andiamo al sodo.

Un’atmosfera quasi oscura pervade tutti e dieci i brani, dove il nerume di sottofondo sembra incrociarsi alla perfezione con la voce da finto vecchio e con lo scarno e deperito mood creato da un lo-fi che pare essere un obbligo da rispettare. Tutto ciò lo si nota in un’eterogeneità che permette ora di cullarci disperatamente, ora di abbagliarci con guazzabugli elettrici e nervosi. Dalla nenia iniziale di Like Tv, pura timidezza buckleiana, al finale intenso e carezzevole di If It Be Your Will (cover di sua santità Cohen), passa davvero di tutto: l’irrequieta elettricità di From The Borders; il blues virato Mark Lanegan (di sicuro uno dei punti di riferimento del Nostro) di What’s Good Can Tell; i vibrosi bassi penetranti di You Only Love, vero cantautorato decadente, come lo è anche il netto rimando a Devendra Banhart di The Bed. E poi c’è il pezzo forte, A Promise, brava a ipnotizzare nel flemmatico inizio, ancor più brava nel saziare le aspettative nel finale brusco e struggente. Come si sente la lezione del compianto Sparklehorse, anche nelle sensazioni suscitate, si ascolti appunto Little Queen.

Insomma, s’è capito che di sicuro la monotonia e la piattezza, nonostante i tanti rimandi (forse indici di “già sentito”, ma ricordiamoci d’essere in Italia) girano al largo da queste acque. Ascoltandolo tanto e per bene si capisce pure che quest’album merita davvero, come anche il suo artista, che (sperando non ci faccia aspettare altri cinque anni) pare avere tutte le carte in regole per acquisire uno spazio importante. Aldilà delle considerazioni fatte a fine primo capoverso.

Davide Ingrosso per Mag-Music

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