Intervista ai Graal

Legend Never Die” è un disco d’impressionante contenuto e spessore artistico. Rifinito, robusto e speziato tanto da lasciare a bocca aperta anche i palati più sofisticati. “Legend Never Die” va gustato così, per quello che è: un ottimo disco di hard-rock catapultato in aree seventies e richiami che ciondolano fra prog e raffinato folk.

Ci siamo chiesti come fosse possibile, ancora oggi, partorire un qualcosa che potesse in qualche modo riconciliare la nostalgica essenza di un prezioso e indimenticabile passato, con le esigenze di un rock da terzo millennio dall’estetismo facile e poco attento alla sostanza. La risposta ce la siamo data chiacchierando con una delle menti che ha plasmato questo piccolo e onesto capolavoro. Uno di quei cinque ragazzi non più troppo “ragazzi” che dopo aver ascoltato “Legend Never Die” ti piacerebbe incrociare per stringergli la mano, magari invidiando la sua lunga chioma, i suoi Ray-Ban a specchio, gli anellacci con teschi annessi e qualsiasi altro ammennicolo da rocker stereotipato. Invece Andrea Ciccomartino, voce e chitarra, del resto come gli altri della band, potrebbe invece passare inosservato… la tipica persona per bene, l’anti rockstar per eccellenza.  E questo è quanto di più coerente c’è in quello che fanno, persone che badano alla sostanza, al contenuto. Persone che cercano di aprire l’involucro, di scavarci dentro…

La dimostrazione pratica che anche dietro il tuo anonimo dirimpettaio, quello a cui rivolgi uno striminzito buon giorno e buona sera nell’ascensore, in realtà, potrebbe celarsi una vera rockstar, se per rockstar intendiamo colui capace di trasmettere le vibrazioni giuste al momento giusto. Colui capace di infondere la materia del rock quasi fosse ectoplasma che ti s’impadronisce.

– Non vorrei ripetermi ancora ma, del resto, “Legends Never Die” è indiscutibilmente un buon disco. Si evince una maniacale ricerca di perfezionismo. Come nasce quest’album? C’è una differenza sostanziale rispetto il penultimo parto e qual è il percorso che ha spinto i Graal verso un songwriting così decisamente più raffinato?

– Quest’album è frutto dell’insonnia e della passione.  Ho sperimentato sulla mia pelle che rigirarsi nel letto non è così produttivo come girare e rigirare accordi sulla chitarra magari fissando il soffitto o una collezione di dischi. Le canzoni hanno una fruizione più immediata rispetto ai brani dei nostri lavori precedenti anche se una certa impronta hard-rock mista a prog e folk non riusciamo proprio a scrollarcela di dosso. In merito alla composizione dei brani non abbiamo un percorso prestabilito ma ci lasciamo sempre sopraffare dall’istinto, dalla grinta e anche da una certa ruvidezza.

Gods of War, singolo dell’anno?

– Grazie per “singolo dell’anno”…

– È, a mio parere, uno dei brani più riusciti e convincenti dell’album. Secondo Voi non sarebbe il caso di evidenziarla con un clip, per esempio?

– Di certo ci piacerebbe girare un video ma nostro malgrado, forse siamo un po’ all’antica e a volte ci riscopriamo tecnologicamente non sempre al passo con i tempi. Però restate sintonizzati, potremmo sorprendervi con ciò che molti si aspetterebbero che noi facessimo!

– “Legends Never Die”. Punto di arrivo o di partenza? Possiamo parlare di album della svolta?

– Definire “Legends Never Die” in questi termini ci sembra prematuro. Abbiamo ancora bisogno di tempo per metabolizzare il nuovo disco e capire se il percorso intrapreso è quello che condizionerà le produzioni future. Per il momento possiamo tranquillamente affermare che il disco, nella sua diversità rispetto al passato, suona così benedettamene Graal.

– I rapporti con le etichette discografiche sono spesso delicati. È il vostro caso? Come vi ha supportato la BloodRock in tal senso?

– Questo è il secondo lavoro che esce per la BloodRock Records, e dobbiamo dire che grazie alla passione e dedizione di Enrico Spallarossa, nulla viene lasciato al caso. Certo non abbiamo un’etichetta/agenzia in grado di organizzare tour, ma di certo non possiamo lamentarci dei canali sfruttati per portare il nome Graal più lontano possibile.

– La critica generalmente ha sempre reagito bene nei vostri confronti. Pensate di essere sempre stati capiti? Avete qualcosa da recriminare o da sottolineare? Spesso, specie nei confronti di band come la vostra, si tende a standardizzare tutto quello che riguarda la fastidiosa ricerca di paragoni e confronti. È il vostro caso?

– Non siamo mai stati contrari alle etichette. In fondo se la musica si distinguesse solo in quella buona e quella cattiva, avremmo enormi difficoltà nell’acquistare dischi. Con i Graal il termine hard-rock è quello più abusato, anche se tale definizione implica molteplici interpretazioni e modi di intendere la musica. Comunque, a parte qualche sporadico caso di similitudini lanciate senza alcun criterio, credo che in molti abbiano saputo intuire le nostre influenze, i nostri miti.

– Concordo sul concetto di hard-rock ma, appunto, lo avvicinerei a qualcosa di più vintage…

– Infatti, ci piace l’hard-rock anni ‘70 e la New Wave of British Heavy Metal, e quello che la nostra musica sprigiona è semplicemente un modo personale di trasporre il nostro istinto in musica.

– Una volta qualcuno di voi ha scritto che potevate essere considerati i Guns N’ Roses italiani, se non erro.

– Questo paragone ci venne fatto all’uscita del primo album. Non riuscivo a credere ai miei occhi quando quella recensione mi capitò in mano. Credo che esclamai “cazzo, cazzo!” e mi feci una bella risata. Apprezzo molto i Guns N’ Roses e sono sicuro di essere stati uno dei primi a comprarmi il loro EP live d’esordio. Mi ricordo che andai in sala dove suonavo con la mia vecchia band, i Rude di Roma, e tutti mi chiesero cosa mai avessi comprato. Non diedi risposte, misi su il disco e tutti rimanemmo stregati.  Ho amato quella band sin dall’inizio, ma da qui a dire che i Graal hanno assonanze con i Guns ce ne vuole di fantasia e d’incompetenza.

– Il sound Graal non è solo Led Zeppelin, High Tide… immagino che ci sia ben altro nascosto tra le pieghe di questo propulsore seventies. Dall’ascolto di “Legends Never Die” emerge secondo me un’imponente conoscenza e coscienza della materia. È solo una mia impressione?

– Colleziono dischi da oltre vent’anni e in così tanto tempo ho scoperto veri tesori nascosti che avrebbero potuto lasciare ben altri segni nel mondo del rock.  Ad accendere la miccia Graal nella mia testa è stata una band americana che nel 1983 incise un solo album dal titolo “Endless Skies” e sto parlando degli Ashbury. Non posso comunque non citare i Budgie, i canadesi Thundermug, i Warlord, i Bang, April Wine… tutti gruppi che, se ben lontani dal nostro modo di fare musica, hanno stimolato la nostra fantasia e la voglia di fare musica.

– Ed io, se me lo concedi, continuo ad insistere sugli australiani Fanny Adams. Quindi sarei curioso di sapere chi sono in realtà i genitori naturali dei Graal?

Se proprio dovessimo dare una radice storica alla band credo che i nomi degli Uriah Heep, Triumph, Deep Purple o Kansas, siano quelli più appropriati. Anche se i gruppi menzionati poco fa hanno avuto un forte impatto nel nostro modo di suonare o di comporre.

– L’Italia è un paese stranissimo, ormai è risaputo. L’underground è agonizzante; l’interesse nel panorama musicale sta scemando nonostante l’aumento esponenziale delle proposte e delle nuove band che spuntano dal nulla. Le stesse proposte spesso risultano opache e prive di originalità ma, nonostante questo, la fame e la pretesa di notorietà è comunque forte. Dall’alto della vostra esperienza, qual è la vostra interpretazione e quali le vostre considerazioni?

Amiamo il termine underground. Dietro questa parola si cela un mondo fatto di sogni, di voglia di fare, di gente che dopo otto ore di lavoro, invece di chiudersi dentro casa si cala nelle cantine, organizza concerti, programma registrazioni, s’inventa un nome o un logo e tutto questo solo per amore della musica. Non crediamo che la voglia di notorietà sia il propulsore di questa realtà. Anzi pensiamo che in fondo vi sia la volontà di omaggiare qualche band e vivere fino in fondo piccoli sogni senza grandi aspettative.

Quindi, secondo te c’è qualcosa da salvare ancora. La mia potrebbe rappresentare una visione troppo pessimistica…

– Ascoltiamo molte produzioni italiane e crediamo che vi sia molto da salvare. Certo, se cercassimo l’originalità a tutti i costi, dovremmo rivolgerci altrove, magari al passato, ed è invece quel rumore di sottofondo, quel fermento, quel giro di accordi già sentito a tenere in vita questo mondo, a volte oscuro, spesso approssimativo ma fatto di un’inesauribile passione.

– Gli anni ‘70 sembrano dettare legge ancora. Il vostro disco ne è prova inconfutabile e le dodici songs racchiuse confermano lo spessore e il risultato ottenuto. Negli anni ‘70, però, era ben radicato il concetto di jam, molte band dal vivo si concedevano a tortuosi episodi dove anche l’improvvisazione ricopriva un ruolo fondamentale. Le vostre canzoni sembrerebbero invece il prodotto di un’architettura rigida e studiata nei minimi particolari. Come si sviluppa in questo senso l’approccio Live dei Graal?

– Suonare dal vivo è la cosa che ci gratifica di più. A differenza dei gruppi degli anni 70 non ci concediamo mai a improvvisazioni o a jam. Questo perché ci piace salire sul palco e rispettare un canovaccio prestabilito e ben rodato. Forse non ci piacciono i percorsi tortuosi o semplicemente non abbiamo ancora acquisito quella scioltezza live che ti permetta di creare un’intesa guidata dall’istinto e dalla sorpresa.

– Siete appena rientrati dal tour in meridione, quali sorprese vi ha riservato questa che sembrerebbe a tutti gli effetti una sorta di terra promessa del rock?

– Abbiamo appena concluso le date al sud e devo dire che l’accoglienza è stata grandiosa. Colgo l’occasione per ringraziare tutti gli organizzatori del Rock Pride Fest tenutosi a Spongano in provincia di Lecce. Ottima l’organizzazione e la risposta del pubblico è stata incredibilmente calorosa.

Non sono solo i gruppi ad aver fame di suonare, ma fortunatamente c’è molta gente disposta a sostenerti anche in trasferta e non vediamo l’ora di rimetterci in marcia per dare il massimo in qualsiasi altro posto dove ci sia qualcuno disposto a supportarci.

– Cosa c’è dentro il vostro (santo) Graal? Cosa ci riserva il futuro?

– Ci auguriamo ancora tanta musica. Già abbiamo in cantiere una manciata di brani e tante idee che se dovessimo concretizzarle non scartiamo l’eventualità di uscire con un nuovo album entro un anno. Non mancate ai prossimi appuntamenti Graal, non vi deluderemo.

Cecco Agostinelli per Mag-Music

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *