Intervista ai Lilies on Mars

Shoegaze colorato e ispirato, ma non solo. In “Wish You Were a Pony”, secondo album dei Lilies on Mars (Lisa Masia, Marina Cristofalo e Matthew Parker), troverete tanto sperimentalismo e ambientazioni che mutano e vi portano in un sottobosco sonoro davvero intrigante. Abbiamo avuto il piacere di farci guidare nel loro mondo.

– Lilies on Mars. Come mai questo nome?

– Abbiamo pensato che rappresentasse bene quello che vorremmo trasmettere. Siamo affascinati dal surreale… dei fiori che nascono in un pianeta distante, rosso e presumibilmente deserto, solo dando spazio all’immaginazione si può percepire! Parte dal nome della nostra band l’invito allo stimolo alla creatività, la capacità di lasciarsi andare.

– Come siete arrivati a “Wish You Were a Pony”, vostro secondo appuntamento discografico?

– Una crescita ma nello stesso una continuazione del lavoro precedente. Crediamo ci sia stata un’evoluzione nei suoni e nella ricerca di nuovi strumenti che abbiamo inserito in “Wish You Were a Pony”. Per quest’album abbiamo scelto di far fare il mix dei brani a distanza Londra – New York con Dan Brantigan (musicista e collaboratore di Kaki King) con il quale abbiamo stretto una forte amicizia e che oltre a mixare l’album ha voluto suonare in una traccia del disco. Per il resto le dinamiche sono rimaste le stesse rispetto al nostro debut album, abbiamo registrato nel nostro studio a Londra con i nostri mezzi piuttosto caserecci.

– Un impatto sonoro davvero particolare… com’è nato?

– La continua voglia di sperimentare, metterci alla prova, la ricerca dei suoni, degli strumenti, tante ore in studio.

– Più voglia di sperimentare o semplicemente vi siete lasciati totalmente liberi?

La sperimentazione per quanto ci riguarda è totalmente libera. Una sperimentazione con degli schemi la vedo ovviamente limitata. Abbiamo seguito la passione che ci accomuna, mischiandoci tutte le nostre sensazioni, abbiamo raccontato le nostre storie, le abbiamo unite e abbiamo giocato seriamente a raccontarle.

– Parlando sempre del disco ho notato una grande differenza tra una prima parte più “pop” e una seconda molto più sinistra. Quale vi rappresenta di più?

– Qualcuno lo ha definito un disordine mentale. Può essere, ad ogni modo ci rappresentano entrambe le parti, esattamente allo steso modo. Non è stata una scelta voluta, l’ordine e’ venuto cosi, spontaneamente. L’unica cosa che sapevamo fin dall’inizio era con quale traccia avremo iniziato e chiuso il disco.

– Il lavoro in studio e in sala prove… come lavorano i Lilies on Mars alla creazione dei pezzi? Tutto programmato o in studio è scoccata qualche scintilla?

– Il nostro studio è la nostra sala prove e viceversa, senza la benedizione dei vicini ovviamente. Abbiamo avuto modo di prenderci i nostri tempi, alcuni arrangiamenti sono scoccati in fase di registrazione per il resto abbiamo messo nel disco quello che suoniamo live.

– So di collaborazioni importanti per Battiato… cosa vi ha lasciato un’esperienza così importante?

– Prima di tutto una grande amicizia e il rispetto reciproco che ci onora fortemente. Franco Battiato è per noi fonte d’ispirazione in tutti i sensi, un’artista completo ed una persona meravigliosa. D’altronde è colui che ci ha visto lungo riguardo questo progetto prima che nascesse e che continua a seguirci da vicino nel nostro percorso!

– L’arrivo di Matthew Parker. Cos’è cambiato con l’arrivo di un batterista a tempo pieno?

– È arrivato il ritmo che cercavamo. Non avremo mai pensato di diventare un trio se non avessimo davvero trovato la persona giusta. Siamo sulla stessa linea musicale, ci siamo conosciuti a un concerto e abbiamo iniziato a provare insieme pochi giorni dopo. Dopo un mese lo abbiamo portato su Marte.

– Come mai il trasferimento a Londra?

– Io (Lisa) e Marina viviamo a Londra da dieci anni insieme. La scelta è stata dettata semplicemente dalla capitale della musica europea di allora. Un istinto, il fascino britannico? Non so!  Sicuramente tanta voglia di respirare e suonare la musica.

– Sfatiamo un mito o confermiamolo: Che differenza c’è tra proporsi in UK, specialmente a Londra, rispetto che farlo qui in Italia? Cambiano realmente le dinamiche? C’è davvero più attenzione e coinvolgimento da parte di pubblico e addetti ai lavori?

– Sfatiamo il mito che in UK o fuori dall’Italia sia più facile fare musica, perché non è cosi. Prima di tutto perché a Londra c’è il delirio più assoluto. C’è tutto di tutto e fin troppo. Affermarsi qui non è facile e non è facile da nessuna parte, oggi meno che mai. I sacrifici, la perseveranza, come direbbe mia nonna, sicuramente ripagano in qualsiasi nazione.

Certamente, l’attenzione all’innovativo, alla sperimentazione è più propensa in una grande città come questa. Per fortuna qui c’è un flusso e rigenero continuo e questo salva. In UK si creano dei circuiti molto forti e importanti per quanto piccoli e quando si riesce ad entrare ci sono buone probabilità di ottenere riconoscimenti forti. Forse questa è la differenza con l’Italia, la possibilità di averli o poterli creare questi circuiti.

– Per il futuro? Che cosa possiamo aspettarci?

– Tante tante note marziane.

– Sono previsti vostri concerti in Italia?

– Si qualche data a giugno e luglio… ma siamo spiacenti, non possiamo ancora divulgare la notizia!

– Prima di salutarvi consigliate un disco… quello del momento per voi.

– “Teen Dream” dei Beach House per salutarvi, speriamo vi piaccia, a noi molto!

– Grazie e in bocca al lupo!

– Crepi il povero lupo!

Daniele Bertozzi per Mag-Music

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