Intervista ai Diane and the Shell

Folli digressioni sul tema math-rock. I Diane and the Shell si raccontano a Mag-Music e ci parlano del loro “Barabolero” una miscela tra ritmiche spigolose e serrate e la passione per il folk e la musica popolare. La parola a Giuseppe Schillaci, basso del quartetto siculo.

– Chi sono i Diane and the Shell?

– Attualmente quattro trentenni provenienti da Catania un po’ sparsi per la penisola di cui nessuno chiamato Diana.

– Da cosa deriva il nome della band?

– Non me lo ricordo manco più però suona decisamente bene e ad ogni modo  ci piacque da subito.

– Il vostro percorso dal 2004 ad oggi. Come siete a arrivati a “Barabolero”?

– Siamo partiti quindici anni fa per questa avventura musicale. Abbiamo cambiato più volte nome, abbiamo litigato, ci siamo voluti bene e un giorno abbiamo deciso di metterci d’impegno e suonare, suonare, suonare e dire la nostra sia nei dischi che sui palchi. Diana muove i suoi primi più decisi passi quando nella prima sala prove tutta nostra (non ad ore) mettevamo gli ampli a palla bevendo Barnetti (un’imitazione economica del Martini bianco). Nonostante ci muovevamo in territori più “postrockeggianti” (il primo ep appunto “The Red” EP)l’attitudine è sempre stata decisamente “roccherrolle”. Fare musica un po’ più azzardata e fuori dai soliti canoni  (anche se in qualche brano abbiamo usato strutture cicliche e più usuali) ci ha in qualche modo premiato. Abbiamo suonato in lungo e in largo nella penisola, ma anche in Irlanda e negli Stati Uniti. All’età di 26 siamo riusciti pure a fare un tour di un mesetto in America quando il nostro secondo disco “30.000 Feet Tarantella” è stato prodotto da un’etichetta texana (Australian Cattle God Records). “Barabolero” è nato suonando in sala prove come i suo i fratelli e altri milioni di dischi. Ma questo è nostro ed è quello nuovo!

– Parlando sempre del disco. Siete definiti come “una band math-rock filtrata dalla personalissima visione melodica che li porta ad attingere dalle fonti più disparate e a mescolare registri gravi e solenni ad intermezzi esilaranti e caricaturali”. Voi come vi vedete?

– Un amico mi disse a un concerto “mischiate cose cazzute a cose cazzone!” Quest’amico è Mauro Felice (ciao Mauro!) dei Suzanne’ Silver, band che voglio menzionare perché hanno fatto un brano che si chiama Barabolero II. Come descrizione è perfetta, col tempo abbiamo sempre cercato di evocare il più possibile dei contrasti di sensazioni tramite la musica.

– Com’è stato il lavoro in studio?

– Per “Barabolero” un po’ diverso dal solito. Abbiamo solo registrato i vari brani (rigorosamente live) in studio com’è nostro stile, poi ho avuto un serrato scambio di email con John McEntire (batterista e ingegnere del suono dei Tortoise, ndr) che mi mandava anteprime del mix.

– “Barabolero” è un punto di arrivo o solo una tappa intermedia della vostra crescita e maturazione artistica?

– Abitassimo tutti nella stessa città suppongo sarebbe stata una tappa intermedia nel processo di ricerca musicale. Ad oggi rappresenta bene la maturazione artistico/estetica raggiunta negli ultimi anni che abbiamo intrapreso quando ci siamo dedicati a fare rock strumentale. Sarà math, o sarà prog ma sempre rock è. Almeno credo.

– Avete influenze, o gruppi in comune, in cui vi riconoscete?

– Agli inizi credo di sì oggi credo ascoltiamo le cose più disparate. Personalmente ascolto dalla musica neomelodica al free jazz qualsiasi cosa mi procuri un’emozione, quello che evito accuratamente sono tutte quelle cose patinate italiane a là Vasco Brondi. Mi fa veramente cagare e ne approfitto per poterlo sbandierare ai quattro venti. Mi può denunciare per questo?

– A vostro parere il miglior disco:

– Ti posso dire quello che piace a me, perché anche volendo non riusciremmo mai a trovare un punto in comune. Ci provo…

– Di oggi e perché:

– “Mirrored” dei Battles, è un disco che sintetizza un elevatissimo numero di generi musicali.

– Del passato e perché:

– “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart, perché era un genio indiscusso.

– Di sempre e perché:

– “Free Jazz” di Ornette Coleman. Ha cambiato il modo di intendere un genere di musica e lo farei sentire nelle scuole per mandare un messaggio: “Non è detto che nella vita dovrete ascoltare per forza quello che l’industria discografica vi propone. C’è dell’altro, è la fuori e dentro di voi, scopritelo”.

– Avete suonato in Italia e all’estero. È davvero così diverso il panorama?

–  Neanche tanto in realtà. Ho notato che le dinamiche occidentali sono le stesse dappertutto, nei weekend c’è più gente che va nei locali ad ascoltare musica com’è usuale, però personalmente ho avvertito un feeling migliore all’estero. Forse perché sei lontano e ti senti un po’ più libero. È il bello di fare musica strumentale. Non stai dicendo un cazzo con le parole, ti rivolgi a tutti.

– E il pubblico come ha reagito?

Sicuramente il pubblico reagisce meglio quando compra i dischi alla fine di un concerto.

– Qual è il momento che ricordate con maggior piacere e che vi ha emozionato di più della vostra carriera?

– Non posso fornirti una risposta univoca ma credo che i momenti migliori siano quando tutto si sente alla perfezione e riesci a dare il 110% sul palco trasmettendo qualcosa al pubblico e sentire che c’è intesa, che ci si scambia qualcosa.

 Io ricordo con molto piacere l’esperienza irlandese e i giorni spesi coi nostri amici Jezery (band di Cork). Ma anche organizzare i concerti e riuscire a concretizzare i tour mi hanno dato parecchie soddisfazioni.

– E quello da cancellare?

– Per me quando ho rovesciato una birra su un divano da non so quanti mila euro dopo il concerto al Milano Film Fest nel 2006, ero un po’ alticcio e sono riuscito a fare la cazzata. Ne approfitto per chiedere scusa pubblicamente ai ragazzi dell’organizzazione finalmente.

– Che cosa ci possiamo aspettare da voi per il futuro prossimo?

– Come band ci piacerebbe organizzare qualche concerto per il periodo natalizio di supporto all’uscita di “Barabolero”… ne approfitto di questo spazio spudoratamente per parlare di qualcos’altro che ci riguarda tutti…

Pensierino sul futuro: Il lavoro non basta mai e oggi più che mai tra benzina affitti e bollette ti vien voglia di meditare su come fare qualcosa che contrasti le dinamiche della società malata in cui viviamo, personalmente  sogno di sbarazzarmi dei politici corrotti che rincorrono mazzette, dei leghisti, di Di Pietro (modello di ipocrisia monumentale dato che come Bossi ha candidato suo figlio per delle elezioni), delle veline, degli abusi di potere, della musica-spazzatura e di tutte le sovrastrutture mentali inutili (comprare l’ultimo modello di poltrona Ikea, essere ossessionati dalle gelosia, essere ossessionati dall’ostentare ricchezza, eccetera eccetera) di cui gli esseri umani sono vittime. Avere un rapporto genuino con la natura e questo pianeta invece di brutalizzarlo continuamente depredandone le risorse per costruire manufatti di cui il più delle volte non  abbiamo affatto bisogno. Non sono né di destra né di sinistra, so soltanto che il capitalismo mi ha rotto definitivamente i coglioni, ci sta solo rendendo più alienati, psicotici e aggressivi e che l’Italia è un paese di merda.

Mi perdonerete se sono andato un po’ fuori tema e vi ringrazio tantissimo dello spazio concessomi, ma i musicisti non dovrebbero solo parlare di sé, ma sfruttare ogni spazio a disposizione per ricordarci in che mondo di merda viviamo.

Daniele Bertozzi per Mag-Music

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