Intervista a Valentina Gravili

Avviso ai naviganti. Quella che segue NON è un’intervista. Tutto torna: non siamo mica dei giornalisti musicali. Non troverete quindi domande/analisi che vivisezionano ogni chiaroscuro di un disco e assist clamorosi per poter parlare di quando so’ fighe le soluzioni sonore scelte da parte dell’artista/band. Quella che segue è la trascrizione – adattata alla forma scritta – di una chiacchierata avuta, al termine del concerto tenutosi al Marianiello Jazz Cafè, con un’artista che stimiamo e che non ci sembrava vero poter apprezzare dal vivo, praticamente a casa nostra. Parliamo di Valentina Gravili, autrice de “La balena nel Tamigi”.

– La serata, per quanto riguarda la presenza di pubblico, non è stata positiva. C’era un po’ di gente – ed è andata bene perché ho visto concerti anche con una o due persone – magari anche qualcuno che ascoltava distrattamente, ma niente di eccezionale. In casi come questo, come si comporta sul palco un artista? Non si guarda l’uditorio (che non c’è), si pensa ad altro? Te lo chiedo perché ho visto che hai dato il massimo, nonostante tutto.

– Le prima volte, quando capitava, ti sentivi un po’ scoraggiato. Anche da sopra al palco non riuscivi a sprigionare la giusta grinta, perché non c’era la risposta dall’altra parte. Poi però, ti rendi conto che, così facendo, ti giochi anche quell’unica persona che, invece, è lì attenta e ti sta ascoltando. Allora tu dai il massimo per quella persona e ti dici “almeno conquisterò lei”. Può sembrare una banalità, ma ormai con la musica funziona così: mattone su mattone, si arriva ad una certa estensione di pubblico, di persone che ti seguono. Cerchi quindi di dare sempre il massimo, anche se non è facile. Magari alcune volte cerchi di estraniarti, ma capita sempre che ti dici “ok, ho scritto questi brani, voglio comunicare qualcosa”. Indipendentemente da quello che vedo davanti a me, il mio messaggio devo comunicarlo.

– Parliamo un po’ de “La balena nel Tamigi”. Sono passati dieci anni dal tuo esordio, che cosa è successo in tutto questo tempo?

– Ho continuando a scrivere e a lavorare, solo che ci sono stati dei problemi che io definisco “burocratici”…

– Etichette?

– Sì: etichette, produttori… insomma, problemi di quel tipo, che mi hanno costretta a tenere dentro casa, per tantissimo tempo, tutto il lavoro svolto. Ad un certo punto, però, ho sentito come un’esigenza, me ne sono fregata e mi son detta “basta, faccio un’autoproduzione, mi autogestisco completamente e non aspetto più nessuno “, facendo tuttavia un lavoro come si deve: nel senso che non mi andava di fare un disco e tenermelo comunque in casa, distribuendolo cioè ai parenti, agli amici. Ho deciso quindi di diventare un po’ la manager di me stessa, investendo tanto sulla mia persona: tempo, ma anche denaro. Per fortuna, quest’investimento sta dando ottimi risultati. Tra l’altro, c’è una bella notizia che riguarda proprio l’autoproduzione: purtroppo, non ve la posso dare in anteprima, ma la saprete a breve (la vittoria al MEI come miglior autoproduzione, ndr).

– Hai lavorato ancora con Amerigo Verardi alla produzione, come mai?

– Perché, come si dice “squadra che vince, non si cambia”! Scherzi a parte, volevo creare un filo conduttore, riallacciarmi a quello che avevo lasciato, al mio lavoro precedente, e la cosa migliore era riavvicinarmi ad Amerigo, una persona che stimo: mi piace tanto come lavora, penso che ci siano pochi i produttori artistici come lui. Tra l’altro, questa volta c’è stato anche l’apporto di Max Baldassarre, il batterista, che è stato anche produttore artistico insieme a Silvio Trisciuzzi… diciamo che “La balena…” è il frutto di una triproduzione!

– Il disco è nato “a rate” o in un momento specifico di questi dieci anni?

– Le canzoni sono nate in vari momenti proprio perché il disco ha avuto una genesi molto lunga; però c’erano tanti brani che, anche se scritti in anni differenti, mi rappresentavano attualmente: per esempio, “La balena nel Tamigi”, la title-track, è la più recente. Insieme ad Amerigo e a Max abbiamo riascoltato tutto il materiale che avevo e abbiamo selezionato quello in cui più mi rispecchiavo oggi. Dopo aver capito che lo smarrimento sarebbe stato il tema portante del disco, abbiamo cercato di capire quali canzoni, tra quelle composte, si accompagnavano meglio all’ultima nata. Adesso che sto lavorando sul prossimo disco, tuttavia, ho deciso di scrivere tutto in una volta, per dare una certa omogeneità d’insieme.

– Parlando per un attimo delle canzoni, quanto c’è di te nei tuoi testi? Penso per esempio a “il ladro, l’amante e il Tevere in piena” di Avvenne ad un tratto

– Tantissimo. Anche se magari non parlano direttamente della mia vita, c’è tanto del mio modo di vedere le cose, del mio modo di pensare. Come nel brano a cui accennavi: parla del fatto che spesso m’incazzo su come noi giovani siamo un po’ penalizzati nel mondo del lavoro. Soprattutto noi donne: i ruoli di prestigio, quelli più importanti, spettano sempre agli uomini, nonostante ci si faccia il culo quanto voi, se non più di voi. Anche se ho deciso di fare la musicista, e quindi il discorso fatto mi tange incidentalmente, non vivo ancora di musica e quindi altri lavori li devo fare anch’io: anch’io ho fatto i miei colloqui, anch’io ho dovuto lottare per avere dei piccoli posti di lavoro. Non è l’obbiettivo principale mi sono concentrata sempre di più sulla musica: ecco, magari mi posso lamentare solo di come vanno le cose nel mondo musicale…

– Il discorso è bello grande…

– Sì, il discorso sarebbe enorme. Alcune volte però, invece di lamentarsi, forse è meglio lavorare, perché, diciamola tutta, alcune volte noi artisti ci piangiamo un po’ addosso. Lavoriamo, insistiamo, e chi lo sa, piano piano qualcosa si muoverà…

Prima o poi il pubblico di massa si sveglierà…

– Quello di massa non lo so!

– Però i primi due dei Baustelle prodotti da Verardi…

– Dici che porta fortuna?

– Speriamo.

– Infatti, speriamo!

Ora una curiosità. L’intro musicale di Nena è, a mio giudizio, molto cinematografica. La scena che si è materializzata nella mia mente è questa: il sole al tramonto, una strada costiera, una macchina che, curva dopo curva, si allontana fino a scomparire. Non centra in alcun modo con il testo della canzone, lo so, ma io volevo sapere – anche perché in John e Yoko citi i “manga giapponesi” – il tuo rapporto con l’animazione, le serie televisive, i fumetti…

In “John e Yoko” parlo di un mio grande amico, un grande cantautore che, secondo me, scrive benissimo – penso che sia il cantautore che scrive meglio, oggi, in Italia – Vincenzo Assante. Quando parlo dei manga giapponesi, dei poster… io parlo di lui, del suo stanzino, della sua camera, dove ha composto brani eccezionali che, spero, prima o poi qualcuno possa ascoltare ed apprezzare. Vincenzo è il leader de “Il soldato timido”. Ed anche lui lotta tanto per poter farsi ascoltare, senza riuscire ad avere la giusta considerazione. Io in realtà non ho grandi conoscenze riguardo i manga, i fumetti… sinceramente, sono sempre stata più attratta dalla letteratura in generale. Sono un po’ più letteraria, ecco.

– E dato che sei più letteraria, qualche nome di scrittori/trici che rientrano nelle tue letture da isola del deserto…

Ovviamente si legge tanto e qualunque cosa. Ci sono libri che ti piacciono ed altri no. Io poi non ho problemi: se una cosa non mi piace, prendo e la chiudo. Stavo leggendo “Vedi alla voce: amore” di David Grossman: l’ho lasciato a metà perché non mi ha assolutamente preso. Invece, fino a poco tempo fa, ero in fissa con Amélie Nothomb, di cui apprezzo la scrittura ironica, ma allo stesso tempo profonda. E molto cinica. Ho letto quasi tutti i libri: sono romanzi abbastanza forti, ma molto concentrati… fantastici. Mi piace proprio il modo in cui scrive. Poi ci sono i classici: Dostoevskij, l’autore del mio libro preferito, “Delitto e castigo”.

– Domanda conclusiva: chi è “Nena”? È da oggi pomeriggio che stiamo facendo mille congetture, magari puoi aiutarci.

Nena è mia nonna. Lei mi racconta spesso dei tempi che furono. E mi ha raccontato anche del periodo della Liberazione. Che, per fortuna, c’è stata. Però, purtroppo, spesso anche la Liberazione viene vista come un’invasione. Ho pensato allora all’Afghanistan, all’Iraq e a tutte le “missioni di pace” ed ho voluto fare una sorta di parallelismo. Chiedendomi: ma il popolo come li vede i soldati che partecipano a queste “missioni di pace”? Come degli invasori. Ed il fatto che anche mia nonna avesse provato la stessa cosa, nonostante la situazione fosse ben diversa – c’era veramente bisogno di un aiuto forte dall’esterno – mi ha fatto riflettere. Ti dico questo perché, spesso, chi va per liberare – per decisioni personali che, ovviamente, non vengono dall’alto – compie gesti poco simpatici. Mia nonna ha avuto esperienze terribili: ha perso un fratello investito da una camionetta americana e lei medesima ha rischiato di essere stuprata da un americano. Era un modo per mostrare l’altro lato della medaglia e capire quanto è labile comunque il confine tra invasore e liberatore.

Marco “C’est Disco” e Christian Gargiulo

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