Intervista ad Adamennon

Adamennon

Avete mai visto uno sceneggiato italiano degli anni ’70, come per esempio “Il segno del comando”? L’ascolto di “Nero” provoca le stesse sensazioni. Nella sterminata discografia della one man band Adamennon, quest’ultimo lavoro si presenta come il più solido e accurato. Non solo: è decisamente un album dall’anima tenebrosa. Ne abbiamo parlato  via mail con il disponibilissimo Adam, unico responsabile del progetto.

In rete non ho trovato nulla sul tuo conto, a parte la tua sterminata discografia, quindi raccontaci un po’ di te: chi sei? Da dove vieni?

Ciao Marco, intanto ti ringrazio per questa intervista. Ho ventiquattro anni e abito in un paesino di settanta anime sull’Appennino parmense. Sono originario della provincia di Como, abbandonata fieramente per venire a vivere qui immerso nella pace e nella natura, dopo anni di sopravvivenza nell’invivibile inferno che è la città di Milano.

Da dove arriva il nome, Adamennon?

(Ride, ndr) Speravo che nessuno me lo chiedesse sai? E invece mi hai fregato…

Diciamo che il progetto nasce con un breve trip sui mostri mitologici greci e sul culto di Agamennone, dove molti da sempre adorano il paganesimo romano, i mostri lovecraftiani e le favole esoteriche crowleyane, io ho provato a esplorare un culto “meno inflazionato”, accostando nei miei pezzi un immaginario mediante gli affascinanti personaggi adorati in quell’epoca… i titoli di “Claustrofobico” appunto, il primo disco ufficiale, era caratterizzato da pezzi con nomi come “Minotaur”, “Medusa” o “Ade” ad esempio, accompagnato da grafiche ibride di fusione, il minotauro dentro un pentacolo rovesciato per dirne uno… da lì, il mio nome, Adam, fuso ad Agamennon, e voilà l’ensemble.

Adamennon sei solo tu, o ci sono altri musicisti che hanno collaborato con te?

Adamennon è un mio progetto personale, e diciamo che la mente sono io, per quanto riguarda la composizione musicale e la realizzazione qui allo SFR Studio, però dietro ad Adamennon ci sono un sacco di collaborazioni, da ispirazioni, a persone fisiche che mi supportano/sopportano e mi danno una mano… in primis Isabella Di Sibilla che spesso si dedica all’estetica delle mie uscite, alle idee di packaging o alla cura dell’artwork, l’amico Null, progetto con cui ho splittato nel 2010, con il quale collaboro in altri progetti paralleli da molti anni ormai, oppure Alampo Record di Bologna, carissimi amici che hanno tantissimi progetti validi da molti anni, dall’elettronica ambient all’harsh noise passando per dark wave lounge e mille altre contaminazioni, i quali mi hanno insegnato un sacco di cose e con cui mi son sempre trovato benissimo, e ancora amici cari come gli Iron Molar e Fucking Clinica. Ho collaborato con Iron molar come tecnico del suono per molte registrazioni e voci improprie, Malachia e Locomotor Mortis nel team Alampo, Traumasutra (Germania) per due pezzi, uno per “MMVIII” e un singolo l’anno scorso, Nicola Fecalove/Splinter Vs Stalin per un pezzo che faremo uscire prossimamente, In Tormental come chitarrista e organista, nei Deep-Pression (Polonia) come chitarrista, con i Noscrape nel pezzo Hic Sunt Leones, uscito quest’anno… poi ho curato altri progetti ambient noise, come c+p+b e D.P.P. Insomma, diciamo che ho sempre da fare, ecco.

Se dovessi, in breve, descrivere “Nero”, che cosa diresti?

La mia prima fase di metamorfosi verso quello che davvero mi piace e mi è sempre piaciuto. Fin da piccolo ascoltavo tantissima musica classica, beat anni ‘60 e progressive, perchè mia madre era una patita di quei generi. “Nero” è stato il primo passo nel cerchio del progressive ispirato a Jacula e Goblin innanzitutti, accompagnato dal mio alter ego black ambient, che sta per arrivare a destinazione e trovare riposo. Inoltre, “Nero” è il mio primo album “musicale” e mi ha permesso di poter fare conoscenza con l’organo, i synth, il basso e la chitarra in modo più espressivo e sperimentale dei precedenti album, che è quello che mi ero prefisso quando ho composto Il paese dei maledetti, singolo d’ispirazione a “Village of the Damned” di Wolf Rilla (1961) e pseudo tributo ai Malombra.

Parlando di riferimenti, oltre a Jacula/Antonius Rex e Goblin, chiuderei il cerchio inserendo Paul Chain, anche in versione Violet Theatre.

Paul Chain è uno dei miei artisti preferiti in assoluto, ma non credo che musicalmente mi avvicinerò molto al suo mood. “Violet Art of Improvisation” è uno dei miei album preferiti, ma non credo che esplorerò quel tipo di sperimentazione. Per i prossimi lavori vorrei provare ad orientarmi più a Simonetti, Emerson, Donaggio, Rizzati, Frizzi, i fratelli De Angelis. Non arriverò sicuramente al loro livello, ma proverò a fare un tentativo.

Le tue fonti d’ispirazione musicali, in particolar modo italiane, volgono lo sguardo al passato. C’è qualcosa che ti piace del panorama italiano attuale?

Se devo essere sincero, nel panorama italiano attuale c’è pochissimo che m’interessa e che mi coinvolge… ci sono gruppi veramente validi, come Dead Elephant, Focus Indulgens o Cannibal Movie, che mi fanno ancora sperare nel miracolo, o alcuni gruppi della Black Widow Records, i Three Monks per citarne uno davvero valido, o ancora gli amici Manthra Dei di Brescia, che hanno saputo entusiasmarmi quando abbiamo registrato un pezzo per il loro nuovo disco. Per il resto, credo che l’Italia sia rimasta molto indietro sia musicalmente sia mentalmente, parlando anche di musicisti, e ancorata a gusti musicali davvero pessimi che hanno contaminato le composizioni e le produzioni (sempre più di plastica e tutte uguali) dagli anni ’90 ad ora. Per questo mi entusiasmo a sentire un disco italiano datato 1971, registrato in presa diretta, con dei suoni dinamici e veri, e non un disco italiano datato 2011 con la “pacca” di plastica e i suoni scatoletta. Quest’ultimo è uno dei miei più grandi problemi in studio. Far capire questa cosa alla maggior parte dei musicisti con cui lavoro è impossibile…

Musica a parte, da dove prendi ispirazione quando componi?

Ho uno studio a disposizione, quindi un qualsiasi pomeriggio o notte è buono per tirare fuori qualcosa. Diciamo che la vera ispirazione nasce a periodi, in lassi di tempo in cui sono interessato a qualcosa in particolare. Io funziono un po’ a concept, per intenderci. Nel determinato momento posso elaborare determinata emozione e lavorare su determinato progetto. È un buon metodo per ottenere un risultato soddisfacente nell’immediato, ma dall’altra parte mi porta spesso a lasciare indietro progetti che termino poi negli anni con una lentezza spropositata.

Sei fedele all’autoproduzione, e l’undici novembre di quest’anno è uscita una pregevole edizione – limitata – di “Nero”, in soli ventitré esemplari. Hai mai pensato di legarti d un’etichetta?

L’autoproduzione è uno dei caratteri più presenti nella mia vita anche al di fuori della musica, dall’avere un orto e prodursi il cibo da soli, a riparare piccole cose tutti i giorni e avere idee per riciclare cose che non usi più e dare loro una nuova vita, è una delle cose che mi piace di più fin da piccolo, se poi penso al mio trascorso nell’ambiente degli squat e dei centri sociali, l’autoproduzione è una delle cose che mi ha insegnato di più finora e che mi ha permesso di fare moltissimo. Per me l’autoproduzione è solo un prolungamento dell’ambito musicale, un sesto senso ecco.  Un disco non può essere solo composto e suonato secondo me.  Crearlo interamente in ogni sua parte è molto più personale, ti da l’idea della cura, della progettazione, dei dettagli che sono stati pensati appositamente per quel disco, il viaggio che c’è dietro, il concept per dirla in breve.

Le ventitré copie di “Nero” sono ventitré piccole parti della mia idea di “Nero”, scomposte e riassemblate nel legno, nella carta e nella musica, ognuna leggermente diversa dall’altra.

Per quanto riguarda il discorso etichette, per ora, ho avuto a che fare con personaggi pessimi e veramente poco professionali purtroppo, sia all’estero sia in Italia, e diciamo che in Italia è stata davvero un’esperienza negativa… mai incontrate persone così poco capaci. Ma non starò qui a dilungarmi in questioni passate ormai, se dovessi avere a che fare con nuove etichette in futuro, penso che chiederei in ogni caso completa autonomia sul prodotto. Prima di tutto deve piacere a me, poi se ne può parlare per un finanziamento o una distribuzione. Ad esempio, “Mortuary Chambre”, è stato ideato e confezionato interamente da me, con l’ausilio di CORPOC, la quale mi ha fatto anche da sponsor per quell’uscita, ma le copie le ho serigrafate una a una insieme all’amico Andrea Baldelli nel suo laboratorio. Come ti ripeto, un disco per me non è solo quello che compongo o che registro, è tutto, dall’idea iniziale al risultato finale che vendo.

Ultima domanda. Qual è il disco che vorresti al tuo funerale?

“In cauda semper stat venenum” degli Jacula.

Marco Gargiulo

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