My two cents#2

My two cents

In questo numero: Sick Tamburo, Verily So, Gionata Mirai, Around A, Lilia, Silver Rocket, ?Alos/Xabier Iriondo, Idramante, Fuossera, Vittorio Cane.

sick tamburo - aiutoSick Tamburo – A.I.U.T.O. (La Tempesta)

È ormai appurato il fatto che i Prozac+ sono momentaneamente fuori servizio, ma non ufficialmente sciolti. Da un lato la voce di Eva Poles si è insidiata in quel del progetto benefico Rezophonic. E dall’altro? I restanti due terzi, costituiti da Gian Maria Accusani e Elisabetta Imelio, si sono creati una nuova vita, con il supporto degli enigmatici String Face e Doc Eye, dando al tutto il nome di Sick Tamburo e facendosi sentire per la prima volta con un album omonimo datato 2009. Opera parecchio discutibile, per essere sinceri, nonostante brani come i due singoli Il mio cane con tre zampe e Parlami per sempre, complice una certa ripetitività. Adesso, sempre con il supporto di La Tempesta, per il Tamburo Malato è tempo di battere ancora, con “A.I.U.T.O.“. E, sorprendentemente, quella che si ode è una maggiore forza nel picchiarlo. Sarà la malinconia del singolo E so che sai che un giorno, sarà la metallica La canzone del rumore (già uscita con il nome di Hardcore Tamburo), sarà la voglia di trascinare che caratterizza la Imelio (In fondo al mare, La mia stanza, Con le tue mani sporche), sarà il miglioramento di certe parti dubbiose del disco precedente (Finché tu sei qua). Sarà tutto questo, ma i passi in avanti sono stati fatti. Certo, da “Magra” in poi il livello si abbassa un po’ e si rischia di sfociare nei momenti di cui sopra, almeno prima che ad arrestare il tutto sia il mantra assassino di Aiuto Tamburo. Ma certe cose vanno riconosciute a questi ragazzi, perché non escludono la possibilità, in futuro, di realizzare un disco ottimo. Coraggio! Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

Verily SoVerily So – s/t (Autoproduzione)

Rare volte capita di imbattersi in un disco che rasenta la perfezione, niente punti deboli, niente carenze, niente cali d’attenzione nell’ascolto. Ancor più raro (sigh!) che tutto ciò possa capitare con un album italiano. Eppure succede, vi dico: in verità è così. A far parlare di sé e quasi urlare al miracolo sono tre ragazzi toscani (Maria Laura Specchia, Simone Stefanini e Luca Dalpiaz) che, con il loro impasto di voci, chitarre, basso e percussioni, sfornano un post-folk sognante, malinconico e affascinante. Dentro atmosfere nebbiose dal gusto shoegaze scandite da pulsazioni wave, la voce della Specchia dà vita a paesaggi inesplorati e orizzonti color carta da zucchero nei quali perdersi piacevolmente. Insomma un ascolto che, a pochi mesi dalla release, sembra già essere diventato imprescindibile, soprattutto se presentato in una cornice incantevole quale quella confezionata con il video di When I end and you start. Udito e vista ringraziano sentitamente. Annachiara Casimo

Gionata Mirai – AllusioniGionata Mirai – Allusioni (La Tempesta/Niegazowana)

Esistono vari musicisti che, in quanto a peculiarità, non vengono meno ad una che assume un ruolo importantissimo all’interno della persona: quella di cambiare ripetutamente pelle senza perdere l’indole che risiede nell’anima. Gionata Mirai, un po’ frontman dei Super Elastic Bubble Plastic e un po’ responsabile di continue scariche elettriche all’interno del Teatro degli orrori, potrebbe essere considerato come appartenente al gruppo in questione. Cosa riscontrabile grazie anche al resoconto successivo ai primi ascolti di questo lavoro, che potrebbe essere il suo primo vero e proprio esperimento: “Allusioni“, co prodotto da La Tempesta Dischi e Niegazowana. Un album costituito unicamente da una suite di cinque movimenti, dalla durata complessiva di quasi venticinque minuti, ed incentrata sull’uso del fingerpicking da parte dello stesso Mirai. Visti i tempi che corrono, il rischio di tirare fuori qualcosa di eccessivamente prolisso e perfettino ma con poca sostanza c’era. Ma così non è stato. Infatti quella che è la sua faccia acustica è allo stesso tempo quella di un cowboy intento a strimpellare il suo strumento durante la traversata di un deserto, mentre a dargli il La sono gli scalpiti del suo cavallo e alcuni rumori udibili da lontano. E quelle del viaggio sono visioni facilmente immaginabili già dall’inizio, nate dagli stimoli. Che siano queste le “allusioni” a cui faccia riferimento il nostro? Sarebbe sciocco escluderlo. Anche perché, del resto, il suo obiettivo l’ha raggiunto. Nuovamente. Gustavo Tagliaferri

Around A – Four is not a NumberAround A – Four is not a Number (Skmpz Label)

È vero, quattro non è solo un numero è un piccolo momento pop elegante e leggermente malinconico. Nulla che non sia già stato scritto o sentito, infatti le influenze del quartetto bolognese sono ben individuabili in ogni momento. Ma non è nemmeno l’intento della band quello di sperimentare o di stupire, semplicemente ci si abbandona alla passione per le belle melodie e i pezzi semplici come Day by Day, leggero e spensierato come una gita in campagna, sicuramente il gioiellino dell’EP. L’unico brano che si discosta leggermente dai precedenti è Illusion of Joy che regala ottimi spunti ma appare ancora confusa. Questo EP è sicuramente un bel biglietto da visita ma che ancora non vanta una grande personalità. Piacevole e fresco ma troppo arroccato sulle sue influenze, quasi prigioniero di sé stesso. Daniele Bertozzi

Lilia - Il pleutLiliaIl pleut (Grammafono alla nitro)

Per essere poco più che ventenne, Lilia Scandurro dà l’impressione di essere una fanciulla molto avvezza ai sogni, in particolare quello di camminare tra le nuvole, magari per raggiungere la lontana Francia ed osservarla in un duplice modo: facendo una retrospettiva di quello che sono stati i passati decenni e avendo allo stesso tempo gli occhi puntati sulla realtà di oggigiorno. Ne risulta, con la produzione della promettente Grammofono alla nitro, “Il pleut“, sua opera prima, cantata quasi esclusivamente, guarda caso, nella “lingua dell’amore”. Sette tracce, con in più una fantasma, in cui Lilia non rimane esclusivamente ancorata ad un’unica fonte di ispirazione, ma passa da arrangiamenti soggetti a cambi repentini (A une amie) all’essere una Suzanne Vega con tendenze chansonnier, per non dire sia l’una (La vie, Tu ne me dis rien) che l’altra (Quel est mon destin?), fino alle vette raggiunte sul finale, peraltro in tre lingue, se ci si aggiunge l’inglese e l’italiano. So Far è una vera e propria perla pop, 24 giugno, con i suoi archi, ha un incedere molto sottile e Parapluie è provvista di inaspettate dissonanze contrapposte ad una chitarra quasi a festa. Ovviamente, senza lasciarsi sfuggire di certo Je me rappelle, altro brano maggiormente imbevuto di Francia, a prevalere sul tutto è un’invitante dolcezza nel suono, nella voce, nell’atmosfera. Per un esordio con i fiocchi. Gustavo Tagliaferri

Silver Rocket – Old FaschionedSilver Rocket – Old Faschioned (Mexican Standoff Records/afmusic)

Uno sciame di api assassine sorvolò la scena rock londinese alla metà degli anni ottanta e la sua incursione venne registrata” scrive Riccardo Bertoncelli a proposito di “Psychocandy” dei Jesus and Mary Chain. Oggi quell’incursione è stata registrata metabolizzata e fatta propria dai Silver Rocket che propongono undici brani con chitarre distorte, feedback, voci soffocate, sporche e una sezione ritmica martellante. “Old Fashioned”, mai nessun titolo poteva essere più azzeccato. Intanto, scorrono i brani del disco e si nota che la band non è solo citazioni, perché suona, i pezzi girano bene, e dal profondo turbinio di noise escono ritornelli accattivanti, che spuntano come la luce in fondo a un tunnel, e delle volte l’atmosfera si fa meno cupa e un po’ più “indie” come in Saturate. Ma quello che riesce bene alla band sono brani irresistibili come Bunny Ears e “Static” che profumano di club underground e periferia dando a tutto il disco quelle tinte sbiadite tanto care a certi videoclip anni ottanta. Forse nulla di nuovo ma è bello anche girarsi indietro e scoprire da dove si arriva. Daniele Bertozzi

?Alos/Xabier Iriondo – Spli?Alos/Xabier Iriondo – Split (Tarzan Records/Bar La Muerte)

Servirsi della fantasia, caratteristica di cui c’è sempre bisogno più che mai, per dare alla luce antichi rituali già evocati da altri esponenti della scena tanto estera quanto nostrana. E, proprio perché si parla di evocazioni, come anche d’invocazioni, come non chiedere consiglio alla “Rosemary’s Baby” italiana, ovvero Stefania Pedretti, urlatrice e altra faccia, all’interno della creatura OvO, del compagno Bruno Dorella? Stavolta però con la coadiuvazione di un uomo che, in quanto a montaggio, smontaggio e conseguente creazione di strumenti (assieme a Maurizio Capone e ai suoi BungtBangt), sa il fatto suo già dai tempi della band con la quale si è riunito. Il suo nome è Xabier Iriondo, e basterebbe ciò affinché un incontro simile possa avere come effetto quello di generare uno split 12″ che guarda dritto verso il Sol Levante, ma anche un po’ verso i propri orizzonti. Perché se il banjolino e il monocordo acustico di The Clouds e The Rain potrebbero far tornare in mente i primi piani di paesaggi orientali, il melo bar di The Storm, dal sapore metallico, non è molto lontano da quella che è stata la violectra di Nadir nel periodo in cui la band cara a Iriondo ha stretto la mano alla propria lingua madre. E ancora una volta questa forma di cut-up si rivela utile. Anche nel mondo degli split. La fantasia ringrazia. Gustavo Tagliaferri

Idramante - Vite in scatolaIdramante – Vite in scatola (Autoproduzione)

Che cosa si intende per “vite in scatola”? Probabilmente le molteplici identità che assumono le canzoni, in questo caso undici, che costituiscono il contenuto della “scatola” stessa, imballata dagli emergenti Idramante sotto forma di cd e adoperata come prova del loro ritorno in studio. Un ritorno che segna un ampliamento d’orizzonti rispetto alla prevalenza del pop all’interno dell’esordio “Nel mio viaggio”, forse anche grazie al coinvolgimento, nel mastering, di un certo Gionata Mirai. Dentro la “scatola” ci sono le personalità inclini alle ballate (Che cosa resta, Adagio in re) e alle riflessioni interiori (Bella e stanca, con il suo incedere finale) quelle che mano mano diventano più tese (Fatevi da parte, Questa musica che, la title-track), per non parlare di chi teme di sprofondare nella confusione vera e propria (Non so chi sono), per poi lasciar andare il proprio sguardo alla visione di paesaggi brulicanti di luci variopinte (Velocemente fragili). E non è da meno una certa vena minimalistica, ben udibile attraverso l’atipica ed affascinante cover di Ciao ciao bambina di Domenico Modugno, inaspettatamente quasi jazzy. Un contenuto soddisfacente, che fa presente come la voglia di fare passi in avanti agli Idramante non sia venuta meno, sin dal 2008. Gustavo Tagliaferri

Fuossera - Sotto i riflettoriFuossera – Sotto i riflettori (Poesia Cruda Dischi)

Napoli, Napoli, sempre più Napoli in quella che è la scena hip hop nostrana degli ultimi anni! E, proprio per rimanere in tema, stavolta è il turno dei Fuossera, che dimostrano di essere tre ragazzi pronti a raccontare la loro realtà dei fatti ancora una volta, finendo “sotto i riflettori”, proprio come il titolo di questo loro secondo full-lenght. Per essere maggiormente precisi, questo già avveniva da un po’ di anni, precisamente dal 2007, anno di uscita di “Spirito e materia”, loro disco di debutto. Ma è proprio con quest’album che il tentativo di denuncia si estende a macchia d’olio: da una dilagante ricerca di falsi miti (Senza eroi, con la collaborazione degli amici Co’Sang) agli interrogativi relativi ai propri voleri e desideri (Tutto e niente, con tanto di versione alternativa, la più interessante peraltro, e anch’essa con i Co’Sang, in questo caso il solo Ntò), dai luoghi comuni (Maleducazione, la title-track) alle grida addolorate di chi ha a che fare con l’emigrazione (Senza fine, con la sua digressione conclusiva chiamata Endless Theme) fino a una retrospettiva di quanto trascorso fino ad oggi della propria esistenza (Biografite). Con l’eccezione dell’evitabile duetto con i Club Dogo Attento al tuo vicino e di Nun chiagnere maje, con Akey, che scorre senza lasciare nulla di particolare, questo trio sforna un ritorno più che sufficiente. Gustavo Tagliaferri

Vittorio Cane – PalazziVittorio Cane – Palazzi (Innabilis/ New Model Label)

La fame di curiosità, la sete di conoscenza, la voglia di felicità. Tutte caratteristiche che descrivono ottimamente un personaggio atipico che risponde al nome di Vittorio Cane, come dimostrato sia dall’esordio autoprodotto del 2005 che da “Secondo”, di tre anni dopo (caratterizzato in particolare dalla partecipazione di Remo Remotti e Mao). Ed è proprio a tre anni di distanza da quest’ultimo che arriva il momento giusto per riprendere il suo continuo cammino. “Palazzi“, questa è la prossima meta, da raggiungere al suono di un pop cantautoriale, giocherellone, e permeato di simpatia, la scelta adatta per identificare il profilo di chi, nel suo essere più “Umano” di come già sia, è al contempo tante azioni e tante storie in una sola di queste (come da title-track), e sa come prendersi le proprie “Responsabilità”, tra un organo elettrico, un basso incalzante e un mellotron. I “palazzi” che si osservano sono le case in affitto (Mai), ma anche gli stessi nei quali si vive (A casa mia), non solo “Qui“, ma anche “A Milano“. Residenze molto confortevoli, che rendono ancora più chiaro il fatto che Vittorio Cane abbia aguzzato bene la vista. Lo dice lui stesso, anche con il supporto di amici come Deian e Tristan Martinelli, Alessandro Arianti e lo scrittore Christian Frascella: Sto bene. E il benessere rende già l’idea. Gustavo Tagliaferri

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *