Doomraiser – Mountains of Madness

Doomraiser - Mountains of Madness

Tornano i Doomraiser, gli alfieri del doom italiano nonché una delle migliori realtà metal italiane di cui a piena voce possiamo vantarci. E tornano con un disco, questo “Mountains of Madness”, che ci appare convincente sin dall’artwork, realizzato da Stefano Scagni, in continuità stilistica con quello del precedente “Erasing the Remembrance”, lavoro che aveva affermato la band capitolina agli occhi dei metallari italici e non solo. Certamente non era facile dar seguito a un disco del genere, ma con il nuovo album i Doomraiser riescono ancora di più a stupire e a convincerci, se ancora ce ne fosse bisogno, che ci troviamo a che fare con una realtà solida, dalla quale aspettarci sempre grandi cose.

Cinque lunghe tracce per poco più di tre quarti d’ora di musica. Non si lascino spaventare i neofiti del (doom)metal, la sproporzione tra lunghezza del brano e numero di tracce è prassi all’interno di un album simile, ed è funzionale al trip sonoro nel quale i nostri ci immergono dai primissimi secondi della title-track, posta in apertura. Riff monolitici, ritmi cadenzati e bassi abrasivi per un viaggio in musica davvero da brivido emotivo. Un’alternanza di sensazioni di forte, fortissima intensità, il tutto arricchito dalla voce di Nicola “Cynar” Rossi, condottiero a cui spetta il compito di guidarci tra i solchi di “Mountains of Madness”. Solchi carichi di groove e di un incedere ipnotico e dal sapore più volte psichedelico. Un sogno oscuro fatto musica, sottolineato dalle bellissime note di hammond (suonate dallo special guest Francesco Bellani) che più volte fanno capolino tra i riff granitici di Drugo e Willer. È anche grazie al lavoro di chitarre, infatti, che “Mountains of Madness” si fa apprezzare. Se la varietà non sempre è la dote migliore di una band doom, questo problema non si pone per i Doomraiser: lunghe cavalcate si alternano ad assoli carichi e mai banali, con un wah-wah molto “vintage” che spesso arricchisce i brani. La produzione, poi, esalta l’opera dei metallari romani, valorizzando l’aspetto onirico e ammaliante delle lunghe tracce del disco. Un album che suona di antico, ripescando a piene mani dal passato primordiale del metal, e allo stesso tempo un disco che ha i piedi ben piantati nel presente del doom e dello stoner. Citare band di riferimento sarebbe decisamente fuorviante e pagherebbe poco dazio alla personalità sprigionata da questi brani, che sanno farsi riconoscere subito, senza essere mai ripetitivi o noiosi (basti pensare alla coda finale di Like a Ghost, orrorifica e ombrosa).

Un album da avere. Per conoscere l’alta qualità di certo metal italiano. Per addentrarsi nei meandri più oscuri della musica. Per scapocciare dannatamente a un ritmo mortifero ed epico allo stesso tempo. Perché i Doomraiser meritano di essere ascoltati e amati.

Postilla: all’inizio di Mountains of Madness e Like a Ghost Cynar recita alcune frasi in italiano. Sarebbe curioso, a mio parere, ascoltare qualche brano interamente cantato in madrelingua. Una sfida che i Doomraiser molto probabilmente vincerebbero a occhi chiusi.

Livio Ghilardi

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