Lantlôs – Agape

Lantlôs - Agape

Lantlôs - AgapeFacciamola difficile ma seria. Andate a rivedere il catalogo Peaceville dei primissimi anni novanta. Sono sicuro che tra tutte le (graficamente pessime) ristampe in digipack riuscirete a rintracciare almeno uno stropicciatissimo flyer recante i primi articoli del suddetto catalogo. Non è che dobbiate soffermarvi necessariamente sui crustissimi doom o sulle decine di band gemelle che all’epoca la label inglese produceva assieme a ben altra etichetta grind per eccellenza: la Earache. E non necessariamente dovete rintracciare nel passato di ogni band in catalogo uno spunto hardcore (anche se essere adolescenti inglesi, a metà anni Ottanta, significa proprio passare dal thrash all’anarcopunk), basti soffermarvi sulla radice ineccepibilmente naive del sound anche di band best-selling (‘na parola). Se ascoltate i primissimi Darkthrone o i primi At the Gates troverete un sound che era un po’ la costante sonora delle uscite Peaceville. Un pizzico di black metal, un alone gotico opprimente tra Sister of Mercy e Swans, chili di europeo e canonico death metal e qualcosa di disperato e deprimente che fa sì che tra tutte quelle band ci sia un continuo filo rosso.

Ora io, per rientrare nell’argomento, a tutti questi gruppi post-black, atmospheric o come cavolo si dice, do un abbraccio fortissimo. Mentre in Francia, Norvegia e un po’ in tutto il nord Europa al richiamo depressive e spiritual rispondono band che già dieci-quindici anni prima stupravano capre all’interno di pentacoli fatti col sangue (in assenza di sangue di vergine vanno bene pure le rape rosse), ora che il trend si è praticamente assestato con ottimi responsi di critica e pubblico, al richiamo del black più intellettualoide rispondono altrettanti blackster occhialuti, con i capelli corti, con i violini, con mille libri letti alle spalle.

I Lantlôs sono un po’ la risposta più sincera e produttiva a questo moderno trend, certo se facciamo eccezione dei fantastici e apicali Alcest che hanno letteralmente insegnato a tutti che la strada che porta dai My Bloody Valentine a Burzum è breve e che ogni metallaro, anche il più ortodosso scannatore di porci, ha sempre un cuoricino tenero e pulsante e soprattutto una memoria annalistica di ferro. Cioè, chiedi un po’ a Shagrat chi erano i Kiss, chiedi un po’ a Happy Tom chi erano mai i Black Flag. Morale della favola: si suona un po’ il cazzo che ci pare, e guai credere che il black sia un compartimento stagno. Che poi questo è il vizio più grosso di un genere che si suppone sia introverso, ripiegato su se stesso, autosufficiente e invece tutto il contrario.

Ora, prima che vi parli del disco in questione, preferirei sottolineare una piccolissima cosa: anche agli Anathema dei primi dischi, volendo quelli tecnicamente peggiori, veniva bene giocare al piccolo intellettuale, veniva benissimo cristallizzare un immaginario fatto di spleen e depressione in un suono grosso, sgangherato e pieno di eco byroniani al pecorino. A diciassette anni va bene tutto, anzi: è proprio quello il sentimento metallaro in nuce a ogni band. Ma le cose serie (ahi, che dolore!) vengono solo dopo. Intellettuali con la birra, proprio no, non sono credibili. Diciassettenni velleitari sì, e restano quasi sempre loro l’icona metal che ci è sempre piaciuta.

Ecco: i Lantlôs con questo “pippone” non c’entrano nulla un cazzo. Loro sono veri intellettuali. Sono degli autentici e bravi musicisti (oddio, che dolore). Hanno bei capelli lunghi, occhiali leggeri leggeri e testi presi chissà dove, certo non dal diario di un Burzum/Brevik adolescente in estasi anticristiana. Vengono dalla Germania e suonano una foggia di black metal non operistico o orchestrale ma dalle aperture improvvise che squarciano un velo fatto di tenebra e di sogno (non è raro che il suono spiacevole della depravazione black diventi melodia estatica) manco fossimo a teatro.

Adottati i soli strumenti tipici del metal, senza scappellamenti eccessivi, i loro rari affondi rapidi e feroci s’interrompono spessissimo nel vuoto catatonico di eco vocali e tonfi percussivi memori sicuramente di certo shoegaze quanto pure dell’immobile ossessione sonora degli Swans più orecchiabili. Un pianoforte sospeso e inaspettatamente jazzy taglia in due Bliss. Ci si aspetta il Miles Davis orchestrale e notturno di “Lift to the Scaffold” (la fantastica colonna sonora dell’omonimo film francese), invece un riverbero continuo piano piano ti porta dai King Crimson di “Island” al black metal più accelerato. Poi riprendono i My Bloody Valentine che conosciamo meglio, quelli di “Loveless”, quelli con le chitarre ovattatissime, con accordi fatti con due dita e immersi nel frastuono armonico di una pennata che fa risuonare tutte e sei le corde. Quelli con delay apertissimi chitarre tremolanti, batterie polverose e anfetamine a palate.

Incredibile come la radice più ferocemente identitaria del black-metal si stemperi in un sound complessivo e circolare tanto da concretarsi in una realtà che ormai definire autenticamente black credo abbia perso senso.

Inutile rincorrere le origini di un genere quando un disco come questo forse più di tanti altri azzarda un equilibrio oculato e spregiudicato tra aggressione e dilatazione dei tempi. Più accessibili (e meno infernali) degli Alcest stessi, magari. Talmente avvolgenti e armonici che vi dimenticherete di aver indossato almeno una volta la maglietta dei Marduk recante l’intelligentissima scritta “Fuck Me Jesus”.

Ottimi dopo un parto.

Nunzio Lamonaca

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