Captain Mantell – Ground Lift

Prendere in mano il comando di una navicella per fiondarsi dritti verso un’avventura simile a ciò che è avvenuto a qualcun altro nella realtà, ma con la differenza che la fine del pilota non sarà tragica quanto quella del suo omonimo, se il pilota in questione risponde al nome di Tommaso Mantelli e la navicella prende il nome di Captain Mantell da entrambi. Un’avventura che vede il suo inizio nel 2007, anno in cui s’iniziano a mettere insieme le varie proposte dei tre componenti dell’equipaggio, per un vero e proprio “Long Way Pursuit”, che vedrà il suo sviluppo nel corso di “Rest In Space”, seconda opera in studio e al contempo ottima testimonianza di ciò.

Ground Lift” è la terza fase, forse quella decisiva, almeno per quanto riguarda il genere di disavventure che sta capitando al pilota e ai suoi soci. E ad accentuare il tutto, senza alcun dubbio, è il fatto che per questi è arrivato il momento di farsi riaccogliere dal pianeta natale. Eppure c’è un effetto sorpresa: agli occhi dello stesso equipaggio tale pianeta appare diverso. Che sia improvvisamente divenuto un luogo mai visto prima oppure qualcosa d’irriconoscibile, poco conta. Certo è che i motivi potrebbero essere legati a tante cose: incontri ravvicinati con entità difficili da definire (Mr. B), delle cotte prese per caso (Plutonium Love) eppure collegate a qualcosa avvenuto in precedenza (Maybe it’s You), magari tra una città e l’altra incrociata da lassù (Foresteria (Venice-Istanbul)), nonostante quella che aleggiava all’orizzonte fosse aria di cambiamento (The Wind of Something New). Il tutto prima di una presunta caduta all’interno di un buco nero (Before we Perish), al quale si sarebbe preferita una fine maggiormente indolore (My Personal End of the World). Fortunatamente mai avvenuta. E dire che già si stava ipotecando un insieme di motivi nel caso si fosse verificato il contrario (Why I’m Dead).

Tanti pezzi che, uniti l’uno con l’altro, formano un viaggio ultrasonico che merita di essere gustato ancora una volta, al suono di una musica che si ritrova perfettamente nel rapporto spazio-Terra. Ora cosmica, ora in superficie, come dimostra il suono di una batteria dalle mille forme come quella di Omero Vanin, oppure il lavoro elettronico di Nicola Lucchese. E ovviamente Mantelli stesso, il narratore canterino.

Loro stessi lo sanno: non si tratta di “Simple Entertainment“. Se lo fosse sarebbero guai.

Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

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