Intervista ai Ronin (2012)

ronin

Ormai Bruno Dorella i lettori di Mag-Music lo conosceranno molto bene. Lui, un personaggio diviso, musicalmente, su più fronti: i Bachi da pietra, gli OvO, i ritrovati Ronin. Questi ultimi, sotto il segno della “Fenice”, sono nuovamente ritornati sulle scene. Sentiamo cosa ha da dirci a proposito…

Inizierei parlando del titolo di questo nuovo lavoro: “Fenice”. Personalmente, vedo “L’ultimo re” chiudere un cerchio, insieme all’omonimo esordio e “Lemming”, della carriera dei Ronin. “Fenice”, metafore a parte, è una sorta di nuova partenza? Aggiungo: trovo sia il vostro disco più diretto e accessibile, da collocare a metà tra i sopracitati primo e secondo album.

Il messaggio è chiaro sin dal titolo, come giustamente hai osservato. È a tutti gli effetti un nuovo inizio, sia a livello stilistico, con un approccio alla composizione e alla registrazione più semplice e diretto, che richiama il primo album, sia a livello umano, con un cambio di formazione. Sono molto legato a Enzo Rotondaro, il nostro ex batterista, e quando ha dovuto lasciare il gruppo stavo per scioglierlo (il gruppo, intendo. Non avevo intenzione di usare acidi sul buon Enzo…). Poi ne ho parlato con gli altri, è emersa una voglia di andare avanti unita a una forza d’intenzioni che non ricordavo dai tempi del primo album. Mi è sembrato giusto provarci, ho chiesto a Paolo Mongardi che ha accettato. Fino ad ora è stata un’escalation esaltante di propositività e voglia di fare, con un entusiasmo da gruppo al primo disco. Inoltre, mi avevano molto ferito alcune critiche di osticità rivolte a “L’ultimo Re”, secondo me ingiuste. Però ho voluto scrollare ogni possibilità simile da questo disco, a partire anche dalla grafica molto essenziale, che richiama anch’essa il primo album.

Leggo che “Fenice” è stato registrato “in casa in totale autarchia“.

Sì, questo è uno degli elementi d’innovazione con l’ingresso di Paolo nel gruppo. Lui ha la strumentazione e la capacità di registrare in casa, il che ci ha permesso di lavorare all’album senza dover stare ai tempi di uno studio. Anche il suono è molto più grezzo rispetto a L’ultimo re”, più diretto, più “croccante”, per usare una felice espressione del nostro chitarrista Nicola Ratti…

Mi parli un po’ di Benevento?

Come mai t’incuriosisce questo pezzo? Ha avuto una genesi strana. Stavo ascoltando un disco di David Shea che contiene una splendida serenata beneventana. Mi sono messo a impararmela, e a un certo punto ho preso per errore una nota che mi sembrava interessante. Partendo da lì ho composto un pezzo completamente nuovo, in cui non resta nulla dell’originale né a livello armonico né di arrangiamento, anzi, è diventato uno dei pezzi più aggressivi e “rock” dell’album. Ma ho voluto mantenere l’omaggio al brano da cui tutto è partito, e a una città che rispetto molto.

It Was a Very Good Year. Era da “Lemming” che non inserivate in scaletta un brano cantato, una reinterpretazione in questo caso, come fu all’epoca Il galeone cantata da Amy Denio. Esistono tante interpretazione di questo brano, da Ray Charles a Robbie Williams, passando anche per Homer Simpson (I Drank Some Very Good Beer).

Gli stessi che hanno liquidato “L’ultimo re” come ostico chiedevano a gran voce più brani cantati. Glie ne ho dato uno che è probabilmente l’episodio più difficile e “teso” di tutto il disco. In realtà, la cosa più interessante è che anche i Larsen ne hanno fatta una cover nel loro ultimo disco. Ora, dovete sapere che noi e i Larsen siamo molto amici, c’è molta stima reciproca sia a livello umano che musicale. Ma nessuno dei due sapeva che l’altro stava lavorando a questa cover. Veniamo da retroterra diversi, ma arriviamo spesso alle stesse conclusioni, è anche per questo che ci apprezziamo a vicenda. Questa casualità ne è una conferma. Veramente buffa.

Ancora a proposito di It Was a Very Good Year: c’è il contributo di tuo padre all’organetto.

Che soddisfazione! Portare un uomo di ottantuno anni, lavoratore indefesso da una vita, un vero milanese old school, in uno studio di registrazione a eseguire il brano con cui si esibiva in famiglia a ogni festa comandata, fino a vent’anni fa. Poi ha smesso di suonare. Dopo vent’anni che non toccava la tastiera, non ha avuto alcun timore reverenziale per lo studio (la sua parte non è registrata a casa di Paolo, ma nello studio di Tommaso Colliva a Milano, durante il mixaggio), e l’ha suonata identica a come la suonava quand’ero bambino. Per me It Was a Very Good Year s’identifica appieno con quell’organetto, suonato esattamente così.

Parliamo un attimo di etichette: gli OvO su Supernatural Cat, i Ronin su Santeria… prossimamente vedremo i Bachi da pietra su major?

Con i tempi che corrono, possiamo solo sperare di poter fare il prossimo disco… con chi, poi, ha ormai poca importanza. Nel senso che il prestigio di un’etichetta è ormai un concetto al tramonto, ed è molto meglio fare dischi con chi crede nel tuo gruppo, innanzitutto.

Parlando di etichette, come sta Bar La Muerte?

Benissimo, chiude il 12 gennaio 2012, dopo dodici anni e mezzo di vita, cinquantatrè dischi pubblicati, tante soddisfazioni e tantissimi soldi persi. Ho voluto chiudere prima di ridurmi a diventare più nerd di quello che già sono. Ormai il lavoro di discografico è cambiato troppo, ha pochissima valenza politica ed è tutto sul web. Invece a me piaceva andare negli squat con la scatola di plastica dell’ortomercato piena di dischi, da raccontare faccia a faccia all’avventore di turno. Preferisco chiudere a testa alta.

Marco Gargiulo

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