Årabrot – Solar Anus

Sono sincero, inserisco il cd nel lettore e quando scorro la tracklist skippo subito alla terza traccia. Sarà per il gusto del volgare che ha sempre un po’ il suo potere liberatorio (tipo quelle scaricate di bestemmie che investono il vostro appartamento alle tre di notte quando battete un piede contro uno spigolo…), sarà che è il titolo più stupido dell’anno, ma una genialata di canzone come Madonna Was a Whore scalda subito il mio cuore di metallaro. A ben vedere è anche il probabile singolo del disco, con quel suo ritmo lento e sincopato e quel testo un po’ ruffiano. Per il resto siamo difronte a un classico esempio di noise rock (norvegese! Attenzione che qui le orge tra metal estremo e rock di frontiera sono all’ordine del giorno) che evidentemente prende a piene mani dai Melvins, non sappiamo dire con precisione se quelli inintelligibili dei primi dischi o i più accessibili e forse pure commercialmente più appetibili di Ipecac Recordings, l’etichetta di Mike Patton. Che poi, chi si sarebbe immaginato che con il reflusso di tutto il panorama grunge e post rock di metà anni Novanta e oltre sarebbero rimasti in piedi i soli Melvins e poco altro (sui Sonic Youth taccio ché ormai per me sono tipo i Camaleonti)? Basterebbe poco a rimanere a galla, ma la verità è che anche nella più lucida delle ipotesi di marketing era decisamente imprevedibile il successo planetario di una band di panzoni capelloni scoreggioni e sarcastici. Sul serio, gente nata NEL e PER l’underground. E invece tour con i Fantômas, jam infinite con Mike Patton, fine settimana a registrare dischi hardcore con la crema del grind mondiale, dischi con Lustmord (o era con Jello Biafra?), concerti di fine anno a spaccare in due i timpani degli spettatori…

Ma almeno da questo punto di vista sappiamo che un’influenza così eloquente come quella dei Melvins possa venir data come base inevitabile per poter parlare dei soliti stilemi che prevedono batterie lente ai limiti della disumanità, riff sabbathiani che sono un distillato di cattive abitudini drogherecce e groove assassino, ronzii fisiologici e vocine sardoniche.

Il disco dei norvegesi Årabrot (che riporta il titolo più cazzone di sempre, “Solar Anus”, a quanto si dice ripreso da uno scritto del filosofo francese Georges Bataille) è addirittura stato prodotto da Steve Albini. Proprio lui, mister Big Black, mister Shellac, mister “produco io che sennò qua voi fighette fate suonare tutto come fosse un disco della Pausini”. E, infatti, mai disco noise dal groove doom-stoner fu più pulito ma al tempo stesso debitore di quella coerente resa live del sound. Che poi detto così sembra chissà che cosa, ma la verità è che oggi suonare noise rifuggendo dai massacri auditivi degli ultimi dieci-quindici anni è impossibile. E quindi viene naturalissimo partire dai sempreverdi Melvins e giungere ai Today is the Day o ai Buzzoven (ma quanto ci piace la logorrea artistica di un ex Buzzoven come DIxie?!?) passando un po’ per la preziosa pochezza tecnica di tante band Amphetamine Reptile, Buck Spin, Touch and Go, etc. Una bomba di noise pesante, massiccio e dall’incedere ignorante ma maledettamente serio. La band poi scopro essere in realtà un duo e aver già pubblicato una madonna di dischi, split e singoli che mi perdonerete se non rintraccio tutti. Un’altra cosa: saranno pure ’sta gran realtà noise in terra norvegese, ma la band sembra frenare un po’ troppo il proprio impatto irrigidendo lo schema dei riff attorno a dei modelli fin troppo immobili. Ecco, sarà proprio che abbiamo un po’ le tasche piene di duo e roba varia ma trovo difficile altrimenti spiegare l’estrema sinteticità del loro sound.

Un tempo gli Scratch Acid facevano della destrutturazione del rock uno scopo da raggiungere puntando alla dissacrazione di certo blues maledetto. Dei Jesus Lizard non ne parliamo proprio, ché di commenti a musiche del genere ne ho sentiti tanti e chiunque annaspava nel tentativo di rendere a parole un’immagine definitiva del noise rock: quella di un frontman sudatissimo con la maglietta lacera che surfa su un pubblico adorante, che un po’ lo sorregge, un po’ lo strattona, un po’ gli accarezza i due capelli rimasti. Qui gli Årabrot tentano un recupero ancora più generale e sintetico di questa gloriosa stagione, ma ci mettono molto del proprio, se è vero che una traccia come quella posta in chiusura potrebbe stupire anche i fan più conservatori. Un crescendo di violenza epica e liberatoria, rumori, fischiettii da amplificatore scassato, urla a voce grassa, sudore e merda nel ventilatore.

Questo è noise. La stroncatura dell’educazione sentimentale del musicista bravo e bello che è dentro ognuno di noi. Ed io sono con loro.

I testi? Ecchissenefrega, sono già alterato.

Stasera si beve.

Nunzio Lamonaca per Mag-Music

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