Intervista ai Gottesmorder

Matteo, Michele e Nicola sono dei ragazzoni che, inforcati gli occhiali e giù il cappuccio della felpa, potresti immaginarli in qualche fiera o mercato delle autoproduzioni intenti a infilare nella propria shopper di tela decine di vinili. Con i loro Gottesmorder hanno dato un intenso scossone all’underground pe(n)sante italiano e non solo, se è vero che di loro si sono resi conto persino gli anglofoni di Cvlt Nation, avendo prodotto inoltre un omonimo EP che s’inserisce nella ormai solida tradizione del moderno hardcore virato black metal, un genere qui da noi come all’estero rispondente al rappel à l’ordre di band vertice come Wolves in the Throne Room e non solo. Ora, giusto per riallacciarmi a quanto ho scritto in sede di recensione e soprattutto per sdrammatizzare la questione, tra i membri uscenti dei Wolves in the Throne Room e costituenti i negativi Indian e la band madre stessa, io preferisco di gran lunga i primi. “Celestial Lineage” è sicuramente un gran disco, ma io continuo a preferire enormemente una botta micidiale di doom lacerante come “Guiltless”. Fatta questa premessa, ammetto che nonostante l’evidente dazio pagato nei confronti dei blackster americani, i pisani abbiano dato dimostrazione di sapersi muovere con le proprie gambe ricordando certo le atmosfere mistiche tipiche del post-black metal ma anche puntando dritto all’assalto crudo e fiero del crustcore (o meglio, del neocrust) più imperituro. Tutto questo e altro ancora nelle parole di Michele Ferretti, chitarrista del trio pisano.

– Cominciamo con un po’ di storia della band: da dove venite, qual è il vostro passato, come vi siete incontrati, quanta roba avete rilasciato.

– Veniamo da esperienze diverse del panorama hardcore indipendente italiano. Abbiamo suonato tutti e tre in altri gruppi (e alcuni di noi ci suonano tuttora). L’incontro fu piuttosto casuale, una risultante combinata di annunci e vecchie conoscenze. Fino ad ora abbiamo rilasciato un brano su compilation e un EP uscito in tre diversi formati (cassetta, LP e cd con una bonus track per il mercato giapponese).

– Parlaci del vostro esordio. Con che criterio avete scelto gli studi di registrazione? Ho notato che la produzione rispecchia molto il suono caldo e solare eppure soffocante di band del circuito doom e stoner (tra le quali, appunto anche Lento e Ufomammut). Ho anche ricollegato il vostro sound all’ultimo disco degli Spite Extreme Wing. Che mi dite a riguardo?

– La scelta degli studi (due: Orange e Locomotore) è nata per una quantità tale di motivi che è persino difficile spiegarla. Da una parte di sicuro ha avuto il peso opportuno la nostra scelta relativa al suono che sarebbe dovuto trovarsi nel disco. D’altra parte però ci siamo anche affidati volentieri a persone (Stefano Doretti e Lorenzo Stecconi) di cui conoscessimo le indiscutibili doti professionali e umane. A disco finito ci può stare l’osservazione che il suono sia simile a quello di un disco doom.

– Spiegaci il supporto discografico offertovi da Nojoy e Absurd Creatures. Ultimamente NOJOY ha anche rilasciato il bell’EP di Graad, se non sbaglio. Soprattutto, cosa ne pensi di questo fortunato ritorno dell’etica DIY a livello produttivo e discografico? Mi riferisco al ritorno massiccio del vinile (o delle cassette) e al fiorire di nuove e cazzutissime etichette underground.

– Come con la quasi totalità delle etichette DIY il rapporto è il seguente: il disco, dal punto di vista della registrazione, è un’autoproduzione. L’etichetta si occupa della stampa fisica del disco nel formato stabilito e, regalate al gruppo un tot di copie, si occupa della distribuzione. Il rapporto con le due etichette è stato del tutto gratificante. Tra l’altro Nojoy è l’etichetta di due di noi (Matteo e Michele, basso e chitarra/voce, nda), e la relativa gestione era tutta in casa. L’uscita di Graad è stata per noi un’occasione molto significativa, anche lei su tape, e ora stiamo programmando una serie di edizioni invernali sempre su cassetta.

– Come definireste il vostro “genere”? Vi sentite ugualmente legati a realtà hardcore e metal o credete di dover rendere conto maggiormente di una delle due?

– Forse facciamo black metal atmosferico, con un po’ di suono Neurosis e di neocrust dentro. Se siamo più vicini a una realtà metal o hardcore? Forse ognuno di noi tre darebbe risposte diverse, forse non è così importante schierarsi collettivamente.

– A parte Wolves in the Throne Room e Altar of Plagues, influenze dichiarate, a quali band credete di dover riferire maggiormente le vostre influenze a livello di suono e immaginario? Io ci vedo anche un po’ di misticismo dei Liturgy… a proposito vorrei chiedervi anche dei pezzi che avete raccolto per la compilation per Cvlt Nation.

– Oltre alle due influenze di cui parli, probabilmente, sono altre due le direzioni che ci hanno influenzato maggiormente. L’approccio Neurosis, le relative dilatazioni, il tentativo di sondare certe profondità e via dicendo, e il neocrust, dagli His Hero is Gone ai Fall of Efrafa. I Liturgy ci piacciono molto, particolarmente a Nicola, però a livello d’influenza non li riteniamo così importanti per la maturazione del nostro suono. Il discorso mixtape (la serie di uscite in download gratuito per Cvlt Nation, sorta di best of di vari pezzi amati dalle band, nda) è assai particolare. È stato difficilissimo accontentare tutti, poiché abbiamo gusti simili, ma non ascoltiamo tutti esattamente le stesse cose. E in più abbiamo dovuto cercare di fare qualcosa che avesse una sua coerenza interna. Alla fine dopo mille discussioni abbiamo trovato una tracklist che fosse soddisfacente per tutti e tre. Abbiamo voluto dare un minimo di profondità elementare e tematica ai nostri ascolti. C’è il pezzo black anni ’80, quello anni ’90, quello depressive, quello cascadian, ma anche molta roba né black né metal. Come abbiamo scritto nell’introduzione al mixtape, non ci interessa tanto un genere, quanto le atmosfere che quel genere propone.

– Che cosa ne pensate dell’odierna esplosione di questo ibrido tra black metal, crust, hardcore e anche sludge doom? Sembra che quest’anno la Southern Lord abbia fatto centro.

– Probabilmente era nell’aria. Il black è sempre stato in quella posizione scomoda di genere “triviale” che l’ha relegato negli anni a una collocazione d’isolamento sùbito più che autoinflitto. Spogliato il genere dalla farsa scenica e dalle ideologiche politiche estreme (di destra, che non condividiamo e che osteggiamo) è diventato subito evidente altro, ossia che il black fosse un genere altamente contemporaneo e contaminabile. In un certo senso oggi il black è ovunque.

– Come mai avete scelto un’immagine di copertina (quella del vinile) così evocativa e psichedelica? È puramente suggestiva o ha qualche storia alle sue spalle?

– È semplicemente il tipo di taglio estetico che abbiamo voluto dare al lavoro in sede grafica. Il disco stesso, lo concepiamo più come un percorso di suggestioni, pensando meno all’aspetto crudo e più a quello dell’evocazione appunto.

– Come sta andando il disco? Avete raccolto consensi positivi anche nell’underground estero? Avete in mente (o siete nel bel mezzo di) un tour?

– Il disco sta girando in modo più che soddisfacente. Abbiamo già fatto qualche data all’estero (Francia, Svizzera e Germania). Il riscontro all’estero è sempre stato, fin qui, molto positivo. A fine marzo partiremo di nuovo, sempre per una manciata di shows nell’Europa centrale.

– Quali sono i tuoi recenti acquisti o comunque quei dischi che ritieni i migliori del 2011?

– Michele: Circle of Ouroboros, James Blake, Panda Bear. Matteo: Altar of Plagues, Krallice, Ash Borer. Nicola: Liturgy, Burial, Fell Voices. E li abbiamo comprati tutti.

– Ho saputo di qualche data in compagnia di Dyskinesia. Cosa ne pensi di questa band? Che cosa pensi del download gratuito eventualmente abbinato anche a realtà come Bandcamp? Ho notato che non avete fatto questa scelta per l’EP.

– Abbiamo fatto una data con loro a Torino. Attirarono la nostra attenzione già qualche anno fa con un esordio veramente denso e intrigante. L’ultimo disco li ha confermati come un prospetto molto interessante dell’hardcore evoluto italiano.

In linea teorica, ma anche pratica, siamo tutti e tre per il free-download sempre e comunque. Crediamo sia un modo pulito, onesto, veloce, comodo, di far girare affidabilmente il disco. Affidabilmente significa essenzialmente rippaggio a qualità elevata. Occasionalmente per il disco non lo abbiamo fatto a causa di una divergenza di opinione nel merito con l’etichetta. Abbiamo preteso in ogni caso il free streaming immediato.

– So che è difficile venirne fuori con un’idea risolutiva della crisi discografica, ma sei favorevole alla “pirateria” (intendo il download illegale)?

– A livello giuridico parlare d’illegalità del download è un anacronismo allucinante. La musica muore (o sopravvive, ma in quel caso sopravvive soltanto) a causa di una cultura di mercato violenta e greve, non del download.

– Grazie per la tua disponibilità. Speranze per il futuro?

– Sarebbe bello suonare al Roadburn. Per ora è un sogno.

Nunzio Lamonaca per Mag-Music

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