Lento – Icon

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lento - iconAll’interno dello stivale c’è una categoria di musicisti che neanche nel corso degli ultimi due anni ha smesso di essere produttiva: quelli appartenenti alla parte “casinara” dell’Italia. Per dire, prendiamo gli Ufomammut, che con “Eve” hanno concepito un futuro Eden dove rompere la barriera del suono, oppure gli OvO, reduci da un “Cor Cordium” grazie al quale si sono fatti autori di una “Rosemary’s Baby” vista con i loro stessi occhi, per non parlare poi dei MoRkObOt e della delineazione ancora più marcata del profilo della loro creatura, avvenuta attraverso la mostra di nervi e ossa. Questo solo per citare alcuni tra i più noti dei nomi che tengono alta la categoria di cui fanno parte.

E i Lento? Già, i Lento. “Earthen”, disco d’esordio del 2007, lasciava già la strada spianata per un nuovo tracciato da percorrere all’interno di una dimensione completamente personale dove predominano le tenebre, senza alcuna voce atta a porre freno allo svolgersi di questo, visto sia dal lato musicale sia da quello mentale. Dare alle stampe questo “Icon“, dopo quattro anni, è una procedura che coincide con quella della svolta a una direzione differente, dove si rappresenta in musica quello che è un ingresso in una zona dove divampano le fiamme, ma non è proprio l’Ade. Dove le onde acquatiche sono possenti, ma non è proprio il mare. Dove c’è anche un trono con tanto di scettro, ma non è proprio la stanza di un re.

Tutto molto schizzato, indubbiamente. Ma prevedibile e ottimamente funzionante per un disco come “Icon”, che svolge la funzione di sogno musicato. È ambient sia quando si traveste da musica classica (Then) che nella sua incarnazione base (Throne, Admission), è doom (Hymn, Limb, Still) ma non si risparmia qualche momento tale da far rammentare il thrash (Hymen). Ma, ogni tanto, anche per una band simile è necessario immergersi in una specie di silenzio (la title-track). Una fase che fa capire come quella dei Lento sia una musica dove si prediligono i pensieri piuttosto che le parole. Certe volte è necessario basarsi solo sui primi.

E va bene, anzi, più che bene così. Che poi questi ragazzi in futuro vogliano dare spazio anche alle seconde non è un dilemma mortale, visto quel che propongono. Che vale indubbiamente tanto quanto altri colleghi che fanno loro compagnia in quella parte “casinara” dove sono diventati i benvenuti.

Gustavo Tagliaferri

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