Intervista a Paolo Zanardi

Scarpe di tela sgualcite ai piedi e un mazzo di fiori finti in mano, Paolo Zanardi, classe 1968, dà finalmente alla luce un nuovo lavoro interamente autoprodotto, “Tutte le feste di domani“. Dieci tracce impregnate di quella miscela di nostalgica dolcezza e cinico disinteresse a cui ci aveva già abituato con i due precedenti dischi ma più essenziali e dirette, quasi spogliatesi a farsi ammirare meglio dagli occhi o, meglio, dalle orecchie dell’ascoltatore.

– Opinione comune sul tuo conto è quella di un artista ai margini, poco integrato con il “sistema” e totalmente disinteressato a farne parte, un tipo un po’ “à la Ciampi”. Di lui, De Angelis in un articolo pubblicato all’indomani della morte nell’ottanta, scrive: “Amministrare il suo talento non era cosa per lui. […] Lo ricordo nel 1976 a Sanremo, alla Rassegna della canzone d’autore, unico fra tanti colleghi bisognoso di pubblicità vitale, rifiutarsi sprezzantemente di farsi riprendere dalle telecamere: “Quelli della Rai sono pieni di soldi, hanno mocassini di lusso che costano anche diecimila lire, se mi vogliono mi pagano”. Quanto è difficile amministrare il proprio talento, in relazione ad un ambiente come quello musicale italiano? Ti senti in qualche modo parte della tanto acclamata “rinascita cantautorale” degli ultimi anni?

– Piero Ciampi diceva che era il più grande di tutti, perché poteva permettersi di incassare il cachet e mandare un altro a cantare al posto suo, tanto non lo conosceva nessuno…a parte questa suprema autoironia di Ciampi è inutile rimpiangere un paradiso perduto discografico che forse non è mai esistito…ognuno ha i suoi limiti, il mio è certamente quello di non essere un buon amministratore di me stesso; ma nella “rinascita cantautorale” (?) di cui parli vedo molti, ottimi amministratori (condominiali).

– La Puglia, tua terra natale, ha ospitato nei mesi passati il MediMex (Fiera delle musiche del Mediterraneo) al cui ingresso capeggiava a caratteri cubitali la frase “La musica è lavoro”: prospettiva utopistica o trovi si possa vivere di musica?

– Di musica penso che si possa e si debba vivere, altrimenti non vedo come si possa continuare a farla, tuttavia scrivere canzoni (di questo si parla) non può mai essere considerato un “lavoro”, visto che la canzone arriva quando vuole lei e non si può forzare, è come una donna che…

Una volta, a una festa dell’unità in Puglia ho conosciuto Vendola. Prima che iniziassimo a suonare si avvicinò per salutare, mi strinse vigorosamente la mano e con sguardo tragico mi augurò “buon lavoro”: seguì, credo, la proiezione con dibattito de “La corazzata Potemkin”…

– È risaputa la tua avversione nei confronti di “questo pezzo di plastica” che è il cd: in che direzione si muoverà nel futuro più prossimo il mercato discografico, a tuo parere? Sei favorevole ai nuovi mezzi di condivisione musicale che ci fornisce il web (streaming, free-download, etc)?

– Sono “costretto” a essere favorevole ai nuovi mezzi di diffusione musicale (streaming, free-download etc.), anche perché sono praticamente gli unici rimasti…

Per il mercato discografico e non solo per quello prevedo un ritorno all’antico baratto: giunto alla cassa del supermarket l’Artista sfodera lo strumento e paga con un paio di stornelli, voglio vedere chi avrà il coraggio di fermarmi…

– Per il nuovo album hai anche confezionato un packaging bellissimo: non pensi che la scomparsa del cd possa portare a un “intristimento” dell’uscita discografica dal punto di vista estetico?

– Cara Annachiara, qui l’intristimento, estetico e morale, di-la-ga…

– Un ruolo importante nella “compravendita” del disco è oggi ricoperto dai concerti, ormai unica occasione per l’artista di vendere e per l’appassionato di reperire e acquistare album con facilità. Ma è altrettanto semplice organizzare concerti, trovare locali disposti a ospitare e investire in eventi musicali?

– Questo è un punto dolente, perché per molti musicisti è l’unica maniera di tirare a campare, ci vorrebbero più luoghi o almeno luoghi più aperti a ogni tipo di musica, invece della solita (finta) alternativa musica-indie/musica-major, vedo molti ragionieri travestiti da poeti: pallidi, lontanissimi epigoni di un Quasimodo, di un Ungaretti (già pallido di suo), tanto valeva tenersi Mogol (quest’ultima non l’ho capita)…

– “Tutte le feste di domani” è, dunque, il tuo nuovo lavoro, pubblicato dopo quattro anni dall’ultimo disco. Anche subito dopo il primo ascolto, la domanda sorge beffarda e spontanea: possibile non si sia trovato nessuno disposto a produrre quest’album? O la scelta dell’autoproduzione è voluta, funzionale alla libertà artistica ed espressiva?

– Ma no, in realtà qualche etichetta l’avevo trovata, ma dare il 50% delle edizioni a uno che poi non sa che farsene, che non sa più nemmeno perché fa quello che fa cioè quasi niente… diciamo che non ho trovato quella giusta, e comunque oggi, con i nuovi mezzi di diffusione musicali di cui si parlava prima, una piccola etichetta che non sia realmente agguerrita, lucida e appassionata non ha più senso. Qualcuna c’è.

– A parte l’esplicito richiamo nel titolo ai Velvet Underground, quali ascolti hanno condizionato la genesi e la costruzione di quest’album? E la letteratura? Quali letture hanno influenzato lo sviluppo della tua arte, nel corso degli anni?

– Questa è una domanda da cento milioni di dollari, per gli ascolti e (soprattutto) per le letture… quello che ascolto m’influenza molto ma non necessariamente si riversa direttamente nelle mie canzoni, cerco di essere il più “personale” possibile, non si tratta di essere originali a tutti i costi (vizio di gran parte della nuova -?- musica italiana, quando non scopiazza malamente band anglo-americane), altrimenti si diventa solo eccentrici e rompicoglioni, NON originali…

Per ascolti e letture, appena hai tempo sarò lieto di passare un pomeriggio a parlarne. Lascio a chi ascolta il disco il piacere/fatica di scoprire le influenze musicali e letterarie, anche questo fa parte del gioco…

– C’è un pezzo del nuovo disco che pensi possa essere una sintesi del tuo percorso artistico finora? Un pezzo che ti rappresenti, insomma?

– Se parliamo del nuovo disco direi che il suo centro oscilla tra il mio lato anarco-sarcastico (Harem) e quello più intimo e sentimentale di Tutte le feste di domani, che resta la mia preferita…

Foto di Ilaria Pastoressa

Annachiara Casimo per Mag-Music

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