Intervista a L’orso

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L’orso, la provincia, l’amore, la poesia. Immaginiamo una strada fredda, di notte, buia e con tante piccole voci in sottofondo. Immaginiamo una provincia che distrugge ma riempie, immaginiamo dei ragazzi che vogliono urlare al mondo le loro sensazioni, le loro idee, che vogliono lanciarsi in questa società che non fa altro che distruggere e vivere di miti e d’illusioni. Immaginiamo tanti chilometri. Immaginiamo lacrime, sorrisi e tanti tamburi. Immaginiamo di dover andar via con “La provincia”, il nuovo EP de L’orso, nelle orecchie. Io l’ho fatto e le gambe si muovevano da sole, verso il sole. Quello de L’orso è un grande traguardo, ma spero che non perda mai quel piglio romanticamente nostalgico che lo contraddistingue dai comuni gruppi indie pop. Abbiamo fatto qualche domanda alla band, vediamo che cosa ci dice.

– Qual è stato il percorso che ha portato L’orso da un’adolescenza lenta e difficile a una provincia stretta e fredda?

– Dai tuoi aggettivi, direi che non è la positività! Il percorso è stato semplice e lineare. Dalla crescita musicale a quella personale. Da Ivrea a Milano

– La scelta di voler inserire una batteria ha distolto un po’ gli ascoltatori da quello che era il twee pop de “L’adolescente”. Questa evoluzione o idea quando è arrivata?

– Abbiamo sempre pensato a una sezione ritmica per L’orso. Appena abbiamo trovato le persone adatte, non ci siamo tirati indietro nel ristudiare il nostro suono integrando batteria e percussioni. Non ci limiteremo mai con i suoni, come abbiamo dimostrato passando da un EP inciso con chitarra-basso-tastiera a un EP con archi, ottoni e percussioni.

Baci dalla provincia è il brano che apre il vostro secondo EP, “La provincia”. I riferimenti al primo lavoro sono molto forti, si avvertono nelle parole e nella musica. La scelta di voler mettere questo brano ”in apertura” è voluta o casuale?

Baci dalla provincia è un brano che portiamo ai live dallo scorso aprile. Ha quasi un anno di gestazione e nasce dalla stessa penna con cui ho scritto “L’adolescente”. Ci sembrava un ottimo traghettatore sonoro e testuale. I versi parlano con un certo distacco di ciò che è accaduto, come per dire “non muore mai ciò che sei, non dimenticarlo”, ma si cambia in fretta, eccome.

– L’amore, quando è lontano, fa soffrire. Quanto lontano abiti sprona l’ascoltatore verso questa visione nostalgica e complicata, in cui le musiche leggere e veloci distolgono un po’ le orecchie, lasciando più spazio all’allegria. A che cosa è dovuto quest’intreccio (musica-testo) riuscito, personalmente, benissimo?

– Veniamo dal funk e finalmente si è sentito! Volevamo del ritmo, volevamo funkeggiare e divertirci nei live. Il contrasto musica-testo, quando riuscito, è una delle strutture musico-testuali che preferiamo. Nel futuro spero accadrà con più continuità.

– Nei testi, spesso, pare che si parli di un amore andato via, lontano milioni di chilometri, assurdo, complicato, quasi al termine… i ricordi ci sono e sono forti. Si fa fatica ad andar avanti e L’orso “lavora otto ore e fa fotocopie guardando le coppie che si baciano”. È una visione un po’ triste che si aggrappa al fatto che ci sono i vent’anni di mezzo, ma che allo stesso tempo sottolinea la realtà che questo ragazzo vive.  Che cosa vuol dire avere vent’anni? Solo questo?

Avere vent’anni è un omaggio dei documentari scritti da Coppola per MTV, ai tempi in cui MTV era una fuga e lo stare svegli ad aspettare Brand New una costante. Ho sempre amato il taglio che Massimo dava a queste storie, che fossero pregne di precarietà, d’illusioni o di sogni o meramente estetiche. Si parla quindi di lavoro e precariato in parallelo a una relazione sentimentale, come se entrambe, alla fine, fossero solo due rapidi sguardi di sintesi.

– Goethe, ne “I dolori del Werther”, soffriva per un amore che non poteva “avere”. E Göethe de L’orso vorrebbe provar a esprimere lo stesso sentimento del poeta?

E Göethe, in verità, è semplicemente una parodia di quanto noi stessi avevamo raccontato ne “L’adolescente”. È l’adolescente cresciuto che sorride dell’intensa ingenuità dei suoi scritti, oramai nascosti e stropicciati dentro qualche cassettone. È sia il “divertimento” musicale (inteso nel senso teorico-musicale), sia il divertissement filosofico dell’allontanarsi dalla propria interiorità. Spiegare entrambi i concetti in un minuto di canzone era, però, un’impresa ardua!

– Invitami per un tè fa forti riferimenti a una sorta di romanticismo contemporaneo. Mac, Gmail, chat e così via… oramai sembra tutto impossibile e comunicare diventa sempre più complicato. Il tema amore difficoltà torna anche qui. Possiamo definire questo EP romanticamente disilluso e poeticamente malinconico?

– Sì, hai vinto tu!

Con i chilometri contro è un bellissimo brano che non compare nell’EP. Perchè?

– Lo teniamo nascosto ancora per un po’. È un figlioletto che sta finendo di crescere. Con la primavera troverà la sua ragion d’essere.

– Che cosa state ascoltando in questo momento? Avete nuove idee?

– “Work Work Work (Pub, Club, Sleep)”.

Tour tour tour. EP EP EP. Ci siamo fatti quindici date in un mese, ne abbiamo ancora un bel po’, poi pausa per le registrazioni e si riparte di nuovo. Amiamo girare l’Italia e farcela insegnare dal pubblico, dai gestori, dagli organizzatori (quelli che ci tengono e lo fanno per emozionarsi ancora). Uscirà dunque un altro EP. Sarà la fine di una sorta di trilogia, che forse però diventerà una saga di quattro episodi. Ad aprile quindi torniamo nelle vostre orecchie.

Foto di IOSONOPIPO

Ilaria Caffio per Mag-Music

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