Intervista a Ilenia Volpe

ilenia volpe

Tanti anni di gavetta che hanno portato ai primi passi. Uno split prima, il duetto con Moltheni dopo. E già con quest’ultimo si accendono i fari su un personaggio simili. Fari che avrebbero portato solo tanti auguri di buona fortuna a Ilenia Volpe, romana DOC con tante storie da raccontare. Qualche anno dopo la conferma: il primo album in studio avrebbe visto ufficialmente la luce, poche storie. “Radical chic un cazzo“, il frutto di tante soddisfazioni susseguitesi precedentemente, con tanto di produzione di Giorgio Canali, è finalmente giunto per allietare le nostre orecchie e darci la conferma di un immenso talento come il suo. E come non farsi presentare cotanta opera prima se non da Ilenia stessa, attraverso delle apposite domande?

Il tuo percorso musicale risale a diversi anni fa, ma fino a questo punto hai rilasciato solo uno split. Perché hai scelto di pubblicare un album in studio solo adesso?

Perchè è la prima volta che suono senza pensare a niente.

L’incontro con Moltheni, e la ri-registrazione di In centro all’orgoglio, avvenuta nel 2009. Com’è nato il tutto, e che sensazioni ti dà ripensare a quell’occasione, forse da considerare come una di quelle che ti ha dato maggiore successo?

Umberto mi mandò una mail su MySpace chiedendomi se volevo fare questo duetto. È stata un’esperienza intensissima, mi sono sentita un’aliena finita chissà per qual ragione in un nuovo pianeta.

L’album. Perché scegliere come titolo “Radical chic un cazzo”?

Perchè è da anni che sogno di essere censurata!

La tematica principale che aleggia sul tuo album sembrerebbe essere la necessità di ripartire da capo in seguito ad avvenimenti di vario genere, simili a pezzi di un puzzle da unire uno con l’altro. Avvenimenti che hanno portato anche alla nascita di allucinazioni (i cosiddetti “incubi di un tubetto di crema arancione” da te urlati a inizio disco)…

Mi resta sempre molto difficile analizzare ciò che scrivo, ma non posso nascondere che tutte le canzoni presenti nel disco sono nate da un trauma. Da esorcizzare.

Ad averti dato un grande aiuto è nientemeno che un personaggio come Giorgio “chitarra disturbata” Canali, ancora oggi attivissimo, e non a caso alla produzione di “Radical chic un cazzo”, tuo album d’esordio.

Credo che Giorgio sia una persona profondamente intelligente. Lui è fatto tutto a modo suo ed i suoi comportamenti sono uguali con tutti. Così facendo, genera una sorta di selezione naturale, che lo porta ad avere attorno solo persone con cui sta bene.

Ma c’è una cosa paradossale: nonostante lui abbia un’etichetta come la Psicolabel, per la quale è già stato pubblicato il primo disco degli Operaja Criminale, tu hai preferito la Disco Dada!

In verità non sono stata io a scegliere. La Disco Dada mi stava dietro già da diverso tempo ed è stato Giorgio a proporre a Gianluca Lo Presti la pubblicazione del mio album.

Le cover. Da una parte Fiction, già gustata nel tributo al Santo Niente, e dall’altra Direzioni diverse, del Teatro degli orrori. Che cosa ti ha spinto a scegliere di fare tua quest’ultima canzone, con tanto di continuazione sotto forma di canzone completamente inedita?

È una canzone che mi ha squarciato. Ha avuto su di me un impatto irriverente, strafottente, violento.

Il giorno della neve è il solo momento dove la voce lascia lo spazio ai soli strumenti musicali. Possiamo considerarla una canzone di distacco rispetto alle altre?

No, anzi, è una canzone di passaggio. L’ho scritta in un periodo in cui avevo deciso di smettere di suonare. La amo profondamente.

La mia professoressa di italiano si può dire che, testualmente parlando, riprende i passi già fatti dagli Offlaga Disco Pax in un brano come Kappler, ma ancora prima dal Signor G, Giorgio Gaber, con I borghesi

Non conosco le canzoni da te citate, ma tanto non ho la pretesa di pensare di aver tirato fuori qualcosa di nuovo. Urlo e qualcuno l’ha già fatto, dico parolacce e tutti l’hanno già fatto. Però mi diverto un sacco (sorride, ndr).

A quanto pare anche tu hai avuto modo di esibirti negli Stati Uniti, nel corso di quest’estate. Credi sia stata la giusta occasione per divulgare la tua musica in ambienti al di fuori della nostra penisola? Un po’ come i Luminal in quel della Germania, giusto per ricollegarsi all’anno scorso…

Assolutamente no, è stato solo un modo per divertirmi con i ragazzi della mia band, per suonare in posti nuovi e per poter dire: “Hey, guarda che io ho suonato negli Stati Uniti“. Anzi, negli States, che fa più fighi.

L’intervista si conclude qui. Vuoi lasciare un saluto alla redazione e ai lettori di Mag-Music?

Non ascoltate il mio album che, come dice Giorgio Canali, “fa cagare!”

Foto di Mike Dean

Gustavo Tagliaferri e Marco Gargiulo

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