Intervista a Colapesce (2012)

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Figura atipica nel panorama italiano, quella di Colapesce. Col suo album di debutto “Un meraviglioso declino” è riuscito a farsi capofila di una scena nazionale piuttosto definita e, nello stesso tempo, a smarcarsi da essa. Riuscendo quindi a saziare le forti aspettative dei nostalgici del cantautorato italiano ma anche quelle degli ascoltatori dai gusti più esterofili. Come evitare di intervistarlo? Impossibile!

La tua musica mischia componenti classico-italiane (non solo musicali, ma anche letterarie) con altre decisamente internazionali.

Confermo, mi avete scoperto! C’è molta Italia nelle parole e molto estero nella musica, ho degli ascolti molto trasversali che vanno da Enzo Carella ai Jesus and Mary Chain.

Quanto è stato veramente utile stabilirsi in uno studio di registrazione a Lecce? È solo una questione di full-immersion o entrano in gioco anche delle possibili comodità?

Direi entrambi gli aspetti, la possibilità di vivere tutti insieme per quasi tre settimane è stata fondamentale per creare un clima di pace, comodità e concentrazione per le session. Il Posada Negro Studios ci ha messo davvero a nostro agio, c’era pure un vecchio calcio balilla che è stato al centro di diatribe e tornei settimanali fra i componenti della band.

Ho scoperto, su Facebook e simili, che tra te e Roy Paci intercorre una certa amicizia. Si è occupato solo della sezione dei fiati o, sotto sotto, ha dato un tocco in più a un po’ tutto l’album?

Con Roy c’è un’amicizia ventennale. Su Facebook spesso ci facciamo full immersion di stupidi botta e risposta insieme all’altro “babbo “ della cricca, il nostro caro amico Mauro Ermanno Giovanardi, meglio noto come “Joe dei La Crus”. Viviamo in zone dell’Italia completamente diverse e il social network è un modo per restare in contatto giornalmente. Roy si è occupato, con grande eleganza e rispetto, solo di arrangiare gli archi e i fiati in tre brani, il resto della produzione artistica è a carico mio e di Giacomo Fiorenza. Gli arrangiamenti li abbiamo sviluppati in quattro: io, Toti Valente, Francesco Cantone e Peppe Sindona, fedelissimi anche per Albanopower.

L’impressione generale è che “Un meraviglioso declino” sia il lavoro meno introverso di Colapesce.

Rispetto all’EP credo sia volutamente più “scuro”, però a livello linguistico è sicuramente più maturo e meno introverso su certi argomenti come l’amore e la politica.

Un brano del nuovo album s’intitola Quando tutto diventò blu. È quasi inevitabile non pensare all’omonima graphic novel di Alessandro Baronciani.

Inizialmente il brano doveva chiamarsi “La quota”, poi ho scoperto la splendida graphic novel di Alessandro Baronciani che sembrava disegnata apposta per la canzone, ed ho deciso di cambiarne il titolo.

La storia non è un fiore da far morire sui libri di scuola“. Uno dei tanti momenti poeticamente toccanti, ti va di approfondire?

“I barbari” è il testo più polemico del declino, è ispirato a “Society – The Horror” di Brian Yuzna, uno splatter movie di fine anni ottanta, e a un noto “barbaro” siracusano. Parla di neolaureati saputelli che spalano merda sulla civiltà e “votano la libertà, si spaccano di docce solari, si leccano il sangue tra i denti, si nutrono dei tuoi fallimenti” simili a dei barbari, ma con le lauree. La storia dovrebbe aiutare l’umanità a non fare gli stessi errori del passato, quindi la storia è il futuro. È un paradosso ma credo molto in questa mia asserzione.

Le (belle) cover. Con gli Albanopower ci avete sempre deliziato con alcune reinterpretazioni molto belle (dai Joy Division ai Deftones, passando per i Bôa), ma anche come Colapesce non ci avete mai deluso. Per chi acquistava in pre-order “Un meraviglioso declino” avete regalato “Nove cover”, una raccolta di brani altrui: Antonello Venditti, Alan Sorrenti (periodo progressive, eh!), My Bloody Valentine, Blonde Redhead, Enzo Carella, Rosa Balistreri, Micheal Jackson, Herbert Pagani e Mauro Repetto. Quest’ultimo era già stato reinterpretato dai Maisie, vostri concittadini, nel loro – doppio – “Balera metropolitana”. Dobbiamo dare più peso a “Zucchero filato nero”, unico lavoro di quel genio incompreso che fu l’ex 883?

Non è certo il nostro Pink Moon, quindi credo di no, Ci sono delle belle intuizioni ma niente d’imprescindibile. In “Nove cover” il gioco era “unisci Repetto ai Blonde Redhead e Venditti ai My Bloody Valentine”.

Che cosa chiedi ai tuoi dischi, alla tua musica?

Dischi, musica state bboni e fateme dormì!”.

Davide Ingrosso e Marco Gargiulo

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