Ronin – Fenice

ronin - fenice

ronin - feniceQuesto è un album dalla storia complessa e articolata, che vede la luce ufficialmente in un momento complicato della vita di uno dei suoi musicisti (che contemporaneamente è il deus ex machina del progetto), un momento relativo alla scelta, all’alba di un giorno di gennaio, di chiudere, anche se non completamente, l’esperienza con un’etichetta dal segno indelebile come la Bar La Muerte, della quale è stato il proprietario. Ma, soprattutto, è il frutto di una scelta decisa e sicura che ha troncato una volta per tutte quello che rischiava di essere l’addio definitivo al progetto, con l’abbandono del batterista Enzo Rotondaro, dopo l’avvento dell’”ultimo re”: quella di voltare pagina, di trasformare l'”addio” in un “arrivederci” e, conseguentemente, di continuare la propria strada. Tutto ciò si chiama Ronin, e colui che ne ha preso le redini sin dall’esordio sulla scena musicale non può che essere Bruno Dorella.

Basterebbe il titolo, “Fenice“, a lasciar intendere la sua natura, la stessa di tale creatura mitologica: la rinascita, il rogo delle ceneri che porta alla ricomposizione, la risalita, il ritorno sulla Terra, la necessità di andare avanti, sempre a testa alta. E stavolta con una nuova entrata come Paolo Mongardi, già con Zeus! e Il Genio, pronta a prendere il posto che è stato di Rotondaro e a unirsi assieme a Chet Martino, Nicola Ratti e lo stesso Dorella.

Con una squadra di questo calibro, la ripartenza percepibile in questo disco non poteva che corrispondere a un distacco dal caos ordinato di “L’ultimo Re” e alla scelta di ambienti più calmi e solari, dove in sottofondo si ode un lento incedere di passi al suono di una musica che tocca il post-rock (Selce), che si focalizza su un semplice e leggero sfioramento di corde di chitarra (Spade), o che lascia spazio alla meditazione del proprio io, come nella “silenziosa” title-track o nell’unico brano cantato, la cover di It Was a Very Good Year dei The Kingston Trio, caratterizzata anche dalla presenza all’organetto del padre del leader milanese. Questo però non porta all’annichilimento definitivo del percorso già tracciato con il disco precedente: una traccia come Nord è il giusto ponte che conduce alle zone più agitate dell’opera, dove si respirano aggressività (Benevento) e polvere (Jambiya, un duetto tra riffs che sono fidi compagni di cowboys dagli immancabilii speroni e chitarre grattugiose), ma anche un inatteso brio (l’ondata di percussioni e fiati che travolge Conjure Men e la ridotta Gentlemen Only).

Due lati, quelli dell’album, che comprovano il fatto che un progetto simile non abbia perso nulla da quel sopracitato incidente, ma abbia guadagnato maggiore consapevolezza di sé, nella scelta di camminare ancora, con lo stesso andamento seguito durante la permanenza della precedente line up. E quella dei Ronin è una fenice che farà ancora parlare di sé, per quello che è realmente stata e che è ancora.

La storia è appena ricominciata…

Gustavo Tagliaferri

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