Recensioni Opeth - Heritage

Published on febbraio 29th, 2012 | by Mag-Music

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Opeth – Heritage

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Opeth - HeritageCorreva l’anno 1995, e un allegro quartetto di ragazzotti svedesi nel bel mezzo della Golden Age del death metal di casa (Entombed, Grave, Dismember e Hypocrisy su tutti) dava musicalmente alla luce il loro primo album, “Orchid”. Nonostante la qualità eccelsa del prodotto in questione, gli Opeth negli anni a venire sono stati protagonisti di un graduale cambiamento di stile che mosse i primi passi già con l’album “My Arms, Your Hearse” (1996), sapiente pot-pourri tra la prima ondata death (Cancer, Bolt Trower e il trend svedese di cui sopra) e il progressive anni ’70 erede di tutto quel corollario di gruppi come i Rush, i Cream, i primi Genesis su tutti (questo full-lenght ad esempio ne è la controprova), i Camel e il prog di casa nostra.  A ragion veduta sono stati così definiti una band progressive/death metal. A ciò si sono aggiunte contaminazioni jazz, blues e symphonic sempre più corpose (vedi “Ghost Reveries” e “Watershed” ad esempio).  Sono diventati a furor di popolo una delle più grandi realtà di mamma borchia da una decina d’anni a questa parte, ovverosia da quel “Blackwater Park” (2001) che ha permesso loro di toccare con mano l’olimpo della damnatio memoriae del fantasmagorico mondo di noi metal guy. Forse una delle migliori band metal degli ultimi venti anni. Possiedono un groove inconfondibile.

Heritage” è il loro l’ultimo album in studio il decimo della loro carriera. Oltre che essere un sapiente intruglio di jazz, folk, progressive e heavy metal magistralmente coordinati dall’eclettico leader della band, Mikael Åkerfeldt, questo LP sembra discostarsi definitivamente dall’ambito metallico, lo stesso lead singer ha dichiarato di voler abbandonare una volta e per sempre il cantato in growl, difatti nella loro ultima fatica il cantato è pulito come lo fu in “Damnation” (qualitativamente superiore a “Heritage”). Niente riff death quindi, addio al progressive/death, definitivo cambio di rotta volto ad abbracciare un concetto di musica fatto di sperimentazioni e influenze per palati fini, tecnicismi non esasperati ma sapientemente dosati (tra King Crimson e la nostrana PFM).  Avanguardie musicali ammalianti, atmosfere cupe come al solito, ma “metallicamente” asettiche.  In sintesi hammond e flauti spodestano definitivamente il mondo della chitarra distorta, gli Opeth, ora, sono a tutti gli effetti una band progressive rock, stop. Ma andiamo con ordine.

La prima traccia, Heritage, omonima del disco, è un sapiente cadenzato malinconico piano-contrabbasso. La seconda è il singolo dell’opera incriminata, The Devil’s Orchard, solita struttura libera, scevra dai classici schemi musicali che caratterizzano un componimento (strofa e ritornello vanno a farsi benedire) prog come se piovesse. Anche qui le note trasmettono un grande senso di malinconia. Corposa si rivela essere l’influenza del prog nostrano (Buon vecchio Charlie su tutti) brano che rappresenta musicalmente svolta musicale presente in “Heritage”, oramai all’insegna del “niente metal, siamo gli Opeth” (con mio grandissimo dispiacere). Terza traccia I Feel the Dark: solite ambientazioni cupe, miglior resa tecnica rispetto a The Devil’s Orchard solita conferma di un allontanamento dalle classiche ambientazioni heavy, riff più intensi. Successivamente ci troviamo di fronte a Slither, una delle tracce più tendenti verso il rock ‘n’ roll, con assolo molto ben congeniato, mente che fluttua nell’aria secondo dettami tanto cari alla band. Nephente e Haxprocess sono l’ennesima attestazione di fiducia verso il prog che fu. La prima, tecnicamente, tende più verso tablature jazz, la seconda possiede una grande vena psichedelica.  Famine è forse la traccia più camaleontica di “Heritage”. Il full-lenght di casa Åkerfeldt prosegue poi con The Lines in My Hand dove il ritmo si fa più incessante rispetto agli altri pezzi e a Folklore che possiamo definire come un vero e proprio tributo al prog italico (Area, e Biglietto per l’inferno in primis), oscurità dissolte nel finale dal sonoro dei flauti. Chiude la strumentale Marrow of the Earth, un acustico degno di nota.

“Heritage” in sintesi rappresenta tutto ciò che risiede musicalmente nelle corde di Åkerfeldt. È un album che farà storcere il naso a tutti coloro sono cresciuti a pane e borchie, è sbagliato definirlo solo prog, farebbe storcere “l’orecchio” a qualsiasi sapiente ascoltatore. Un ottimo prodotto ma inferiore rispetto alle mirabilie mostrate dai suoi predecessori.

Giacomo Andrea Cramarossa per Mag-Music

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