Intervista a Dino Fumaretto

dino fumeretto

Dino Fumaretto è invecchiato di colpo e non ne fa mistero. A due anni di distanza da “La vita è breve e spesso rimane sotto”, torna il surreale cantautore mantovano con un nuovo lavoro inciso, come sempre, dal suo interprete ufficiale (nonché ortonimo) Elia Billoni. “Sono invecchiato di colpo” segna un cambiamento di rotta, una virata stilistica verso arrangiamenti più maturi e corposi; è proprio da questa considerazione che parte la chiacchierata che abbiamo avuto piacere di scambiare con lui.

– Partiamo un po’ in controtendenza, dall’ultima traccia, nonché title-track, del nuovo lavoro, Sono invecchiato di colpo. Ho due domande in merito. La prima, probabilmente più banale, è per Elia e riguarda la costruzione dell’arrangiamento, assolutamente distante da quel che ci si aspetta premendo play: come mai questa scelta stilistica? Quanto ha influito lo zampino di IOSONOUNCANE? La domanda per Dino, invece, riguarda il rapporto con la dimensione onirica, spesso riversata nei testi delle canzoni (penso anche ad alcuni pezzi del precedente album): quant’è importante il sogno come fonte d’ispirazione, dunque?

– Inizialmente il pezzo era solo un tema ideato da Fumaretto che poi arricchii di suoni elettronici a casa mia; lo feci per la colonna sonora di un mediometraggio dal titolo “Dai recessi dell’ombra” di Giuseppe Billoni (mio padre, pittore).  Successivamente Fumaretto mi mandò un testo che appiccicai senza sforzi. Quindi feci ascoltare il brano con anche la voce registrata a Jacopo e lui se ne innamorò. Migliorò i suoni e ne aggiunse altri, rendendo il brano più profondo e dinamico. Mi ha fatto un bel regalo.

Riguardo al sogno come fonte d’ispirazione (rispondo io per Dino), credo che sia abbastanza importante ma senza esagerare: in questo disco l’unico sogno è nella title-track, ed è un sogno di chiusura, in tutti i sensi.

– “Sono invecchiato di colpo” segna il passaggio ad arrangiamenti più pieni, curati assieme a Nicola Cappelletti, il cui violino sbuca qua e là, spettrale. Quali sono stati i punti di riferimento principali durante la tessitura di questa nuova veste musicale? Immagino che d’ora in avanti il palco non sarà più occupato solo da Elia e dal suo pianoforte: come si articoleranno i live?

Io e Nicola avevamo in mente il Battiato di “Patriots” e dei primi anni ‘80, e in generale l’essenzialità “ricca” di certo post-punk. Tutto questo mischiato con la nostra sensibilità, il mio stile o non-stile pianistico e la geometria esistenziale di Nicola, che è un musicista vero, non un improvvisato. Il concetto era quello del prosciugamento interiore, di aggiungere e al tempo stesso di togliere, per avere come risultato un’atmosfera glaciale e controllata ma solo apparente, quindi rivelatrice di una mancanza di controllo. Anche per questo la batteria, che abbiamo affidato all’efficace Federico Minciarelli, è molto essenziale.

Dal vivo siamo in tre: io (piano e voce), Nicola Cappelletti (basso e violino), Samuele Bucelli (batteria). Quest’ultimo talentuosissimo uomo ha suonato, tra gli altri, con i Baustelle e gli Amore. Proponiamo un rock deviato. Non saprei come definirlo.

– Ho letto che molti pezzi dell’album sono stati scritti, in realtà, anni fa. Secondo quali logiche Fumaretto sceglie i pezzi da includere in un disco e ne esclude altri? E quant’è difficile lavorare a un brano scritto molto tempo addietro?

– Per me non cambia niente se un brano è stato scritto un anno fa o un mese fa. Fumaretto non scrive di attualità in senso stretto, generalmente i suoi testi hanno più livelli di lettura. Quello che cambia è proprio la rielaborazione. Fumaretto riprende canzoni vecchie e le modifica, le migliora, gli toglie le ingenuità, le rende più sottili. In questo è molto saggio, lascia passare il tempo così lo sguardo distaccato gli permette di vedere meglio eventuali difetti, e di togliere e di aggiungere qualcosa. Di conseguenza una canzone che regge ancora dopo lo scorrere del tempo viene inserita nel disco, in caso contrario viene esclusa. E magari ripresa successivamente con ulteriori modifiche.

– Franz Kafka ha palesemente influenzato “La vita è breve e spesso rimane sotto”: quali sono state le letture “illuminanti” per la creazione di questo lavoro, invece? E più in generale, ci sono degli autori che hanno influenzato Fumaretto nell’utilizzo di questa scrittura surreale, a metà fra ironia e disperazione?

– Niente ci illumina più di Kafka, che a mio avviso è sempre presente, seppur in modo “senile”. Non saprei quali letture abbiano influenzato questo disco, forse qualche testo di Nick Cave, forse “Lo stralisco” di Roberto Piumini, che però abbiamo letto da bambini. In generale, oltre a Kafka, credo che gli autori che abbiano influenzato di più Fumaretto siano Artaud, il Sartre di “L’età della ragione”, Alfred Jarry.

– Per le tue apparizioni pubbliche, Elia, talvolta ti affidi ai preziosi consigli del grande stilista e musicista d’avanguardia Rupert Pasta: quanto peso assegni all’esteriorità di un artista, al modo in cui si presenta e si relaziona al suo pubblico?

– Mi fa piacere che citi l’esempio più calzante di artista d’avanguardia vuoto e vecchio. Non è che dia molto peso al mio aspetto esteriore e al mio modo di relazionarmi, e comunque lo sto cambiando: prima mi piaceva fare il buffone, adesso molto meno. Non sono diventato più serio, ma più vecchio. Comunque mi piace il cinema, mi piacciono le immagini, quindi in qualche modo questa passione influisce.

– Continuando a parlare di “esteriorità”: ho un debole per le copertine dei dischi, trovo debbano essere un tutt’uno con il progetto, esplicarlo o rivelarne dettagli interessanti. Raccontaci quali mondi si celano dietro la copertina di Sono invecchiato di colpo.

– È una citazione di una scena di “Cops” di Buster Keaton. Nel film lui si trova in mezzo ad una parata della polizia, poi gli viene voglia di fumare e tira fuori una sigaretta; mentre cerca un fiammifero, un terrorista lancia una bomba che però finisce sul carro di Keaton che, senza rendersi conto, la usa per accendersi la sigaretta. Poi Keaton getta la bomba e causa inconsapevolmente l’attentato. Ho scelto di citare quel fotogramma isolando la vicenda perché è un’immagine forte e straniante. Il disco è una bomba sul punto di esplodere, o forse non esploderà mai. E il gesto di accendersi la sigaretta con la bomba o viceversa è una sorta di accettazione del disastro, inconsapevole o no. Noto che ultimamente è tornata di moda l’estetica del film muto, ma con un approccio nostalgico e romantico. Il nostro approccio invece è, come al solito, tragicomico e privo di consolazioni. Un po’ come “faccia di pietra” Buster Keaton, più filosofico e astratto rispetto al sentimentalismo di Chaplin (che comunque adoro).

– Prima di salutarci è d’obbligo la domanda a proposito del web, croce e delizia della musica contemporanea: quant’è difficile fare il musicista nell’era di Internet? Quali sono i pregi e i difetti di una circolazione così libera dell’arte? E se qualcuno scaricasse illegalmente Sono invecchiato di colpo?

– Se non ci fosse internet ci sarebbero altri canali, e se non ci fossero altri canali forse sarebbe meglio. Non credo di fare qualcosa d’indispensabile. Fumaretto è bravo, scrive cose interessanti, ma sai quanti ce ne sono? Dopo questo disco ho poi perso quel barlume d’interesse per i problemi della società. “Se non ti occupi di politica è la politica a occuparsi di te”. Ok, certo, giusto: mi faccio occupare. Come Kafka sono fuori dal mondo e contemporaneamente impossibilitato a scappare dalla macchina civile.  Fumaretto ed io parliamo di questo, ed è forse questo il nostro unico impegno politico. So di non aver risposto nello specifico alla tua domanda, ma è perché non so rispondere.

– Per congedarci, chiedo sia a Dino Fumaretto che a Elia Billoni di fornire ai nostri lettori una ragione per cui ascoltare quest’album.

– La ragione è una sola: c’è molto di peggio.

Foto di Silvia Cesari

Annachiara Casimo per Mag-Music

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