My two cents#4

My two cents

In questo numero: Amp Rive, Sebastiano De Gennaro, Lapingra, Mosquitos, Kyle, Unmade Bed, 2Pigeons, STRi, Melampus, Ornaments.

Amp Rive Irma Vep (Autoproduzione)

Gli Irma Vep hanno visto molteplici cambi di formazione nel corso della loro vita, e questa condizione è stata tale da portarli allo scioglimento. Cosa non durata molto, visto che adesso si può parlare di rinascita, ma con un nome differente: Amp Rive. A prendere le redini della situazione sono Luca e Adriano, già nei The Death of Anna Karina, registrando in quel della Francia, accompagnati da altri quattro musicisti, tra cui il chitarrista Gualtiero Venturelli, questa loro opera di esordio, ma anche di ritorno, visti i fatti di cui sopra, tanto da prendere il vecchio nome di formazione. Un ritorno fatto di alternanze tra tocchi di shoegaze e dissonanze oniriche. Basta vedere la differenza tra Perdition e The Apocalypse in F, inizio e fine del disco, che appaiono come legate da un cordone ombelicale, ma con qualche organo di differenza, e A Sort of Apology, la quale lascia un maggiore spazio al linguaggio delle chitarre. Così come If, con il suo inizio alla Tonight, Tonight, mette in luce la sua maestosità, diversamente da Clouded Down e dal singolo Best Kept Secret. Da qualche parte bisognava ricominciare, e alla fine lo si è fatto. Welcome back, Irma Vep-Amp Rive.

Gustavo Tagliaferri

Sebastiano De Gennaro Hippos Epos (La famosa etichetta Trovarobato/Parade)

Da piccola impazzivo per certi film che mescolavano “musica colta” a disegni e animazione: il classico disneyano “Fantasia” del 1940, ad esempio, o “Il flauto magico” di Luzzati e Gianini. Mettevo su le care vecchie videocassette a nastro e mi ci perdevo. Penso siano stati fra i pungoli più stimolanti per la mia immaginazione di bimba. “Hippos Epos” è stato pressappoco un tuffo indietro nel tempo, una riscoperta della musica attraverso il gioco, i colori e il divertimento, capitanata dall’imbranatissimo “Donald Fauntleroy Duck” rievocato dai fiati e dalle percussioni del duo De Gennaro – Gabrielli nella traccia d’apertura. E poi danze con grand’inchini e svolazzi di gonne sulle note della Sinfonia dei giocattoli di Leopold Mozart; nostalgia da flipper o da Game Boy su Electric Ponei 1X; precisione e ipnosi con Musica per Aristofane e con l’esecuzione di Music for Pieces of Wood del compositore americano Steve Reich e, per finire, l’incanto e la magia creata da suonini e balocchi negli estratti dal Concerto Brandeburghese n. 2 di Johann Sebastian Bach. Un disco suonato e giocato, insomma, perché “in fondo la musica non è una cosa seria, e se la prendi troppo per davvero rischi di perderti tutto il suo bello”.

Annachiara Casimo

Lapingra Salamastra (Aoisland Production)

Un inappuntabile dato di fatto vince nel corso dell’ascolto di un simile full-length: quella fantasia tipica dei più piccoli, comprovata da un quesito dietro l’altro e dal desiderio di costruire con oggetti apparentemente obsoleti qualcosa d’impensabile, si conferma ancora viva e in ottima salute. A fare buona compagnia ai racconti di Musica Per Bambini e alle cronache pensierose di Iosonouncane sono Angela Tomassone e Paolo Testa, meglio conosciuti come Lapingra, e in vena di autoproduzione, dopo due EP, con questo “Salamastra“. Scelta più che legittima per quella che è un’ottima sorpresa, un contenitore dove trovare tante chicche che, più che semplici ninne nanne elettroniche, sono testimonianze di schizzate sinfonie dai toni celtici (Run Atreyu Run), gatti canterini (Anacleto), bande di paese (Whop!), voci civettuose (Solo un disegno circolare), i Röyksopp di “What Else Is There?” filtrati in chiave intimista (Put Them in a Box), lirica maccheronica estrema da vaudeville (Der Blaue Angle) e persino visioni paoliane (One Day). Insomma, uno dei passatempi da consigliare quando fuori piove. Non sia mai che arrivino i fuochi d’artificio!

Gustavo Tagliaferri

Mosquitos  – Socialhaze (Fosbury Records)

Per una volta, ecco il rock! La passione viscerale, pura senza artefici e compromessi per quel sound vero, a volte quasi grezzo che ti fa percorrere una strada infinita nel bel mezzo del nulla in America. Un po’ di Pearl Jam come nella iniziale Wanna Be You, un pò di Dire Straits, Two Chasms e Army of Evil, e quel sound americano che fa tanto Bob Dylan. Ma i Mosquitos non sono qui solo per le citazioni. Non pensate a un lavoro dal sapore retrò, perché ,seppur facilmente contestualizzabile in un genere, “Socialhaze” è un disco estremamente gradevole, pieno di personalità e (quello che conta di più) di buone canzoni e che riserva qualche sorpresa come Been a Tripper e la conclusiva House, tra gli episodi migliori, che strizza l’occhio al noise dei Black Rebel Motorcycle Club. Se proprio volessimo trovare un difetto a “Socialhaze” parleremmo della qualità sonora, un po’ sotto la media che rende il disco poco profondo e bidimensionale.

Daniele Bertozzi

Kyle This Is Water (Overdrive Records)

Kyle è Michele Alessi.  Un artista con la sua cricca di musicisti (tra cui un po’ di quella buona Calabria che abbiamo conosciuto con Brunori Sas e Camera237). Nell’immaginazione, durante l’ascolto a occhi chiusi, si scorge un ragazzo in casa e amici (tanti amici) che vengono e se ne vanno. “This Is Water” dice Kyle. E non solo lui. L’artista, infatti, ha affermato di essersi ispirato a un saggio di David Foster Wallace. Altra nota da segnalare è il video di Empty Fragment girato da Giacomo Triglia e curato da Thycho Creative Studio, il quale evidenzia originalità e una certa innocenza, quella stessa innocenza che si respira in alcuni passaggi del disco. “This Is Water” è un maturo songwriting, chitarra acustica che si porta dietro quasi un’intera orchestra: quartetto di fiati, ukulele, flauti, violoncello e altro ancora. È un elogio ai libri, una barchetta cullata da mari di sinfonie, frammenti temporali sotto un cielo grigio, universo cangiante, disco vivo, generazioni a confronto, dialoghi mai avvenuti, arrangiamenti ricercati, pochi giri di parole e voce che scorre, come acqua (tanto per rimanere in tema).

Carmelina Casamassa

Melampus s/t EP (Autoproduzione)

In due si può. Ancora una volta. Una lezione che porta Francesca Pizzo e Angelo “Gelo” Casarrubbia, rispettivamente binomio voce/chitarra e batteria, a decidere di apprenderla, seguendo lo stesso esempio di altre formazioni made in Italy. È così che nasce Melampus, una creatura dall’alito che sa della Seattle più placata, ma anche di grezzo blues, come si può ben evincere nel corso delle quattro composizioni di cui è fatto questo EP omonimo. C’è una verve tipica di P.J. Harvey e della Courtney Love vecchia maniera negli arpeggi di Double Room, suonati via via sempre più energicamente, un succo che contraddistingue anche il senso di perdizione che aleggia in 15 Feet. Fino al ritrovamento di un riparo situato tra i versi di Emily Dickinson (la semplicità di 372), e in particolare la sbornia di dieci minuti di Thirst, una miriade di voci che si fanno sentire, che manifestano il loro bisogno, la loro sete, come da titolo, mentre la musica va, immedesimandosi nel loro stato d’animo. Facendo loro da ennesima botta di ossigeno così nostrana, eppure così estera. Una lezione la cui apprensione non è affatto di facciata.

Gustavo Tagliaferri

2Pigeons Retronica (La Fabbrica Etichetta Indipendente)

Prendere l’elettronica e farla propria contaminandola con qualsiasi genere e idea dando vita ad un immaginario particolarmente distorto e scuro. In “Retronica” i 2Pigeons si spingono davvero oltre e se l’inizio del disco vede ambientazioni vicino all’industrial (Completely Lost) si passa presto per momenti più dance come in Hard Working Space e Reptile. A metà del lavoro invece si inizia a virare verso nuove contaminazioni quasi folk, decisamente meno convincenti come in Ikarus e Turtulleshe appesantiti anche dall’eccesiva lunghezza. I pezzi che chiudono il disco sono legati all’elettronica più lenta e sognante, quasi trip-hop, di cui solo la finale Nervous Countdown merita una citazione. Album pieno di potenziale e di idee che spesso però rimangono inespresse, “Retronica” spara un sacco di colpi ma non fa mai centro veramente. Ci va confusamente vicino parecchie volte, gira e rigira su sé stesso ma non arriva mai a focalizzare l’obiettivo, e se qualcosa colpisce o rimane impresso, sono più i momenti in cui si perde attenzione e i pezzi scivolano in sottofondo.

Daniele Bertozzi

STRi Canyon (Autoproduzione)

Osservare, nel bel mezzo di un’estate, lo spettacolo del tramonto, con i suoi colori in continuo mutamento, in bilico tra luminosità e contrasto, e sentirsi pronti a lasciar andare la mente. Per consolarsi dall’attesa dell’avvento di una nuova estate, un sogno di questo tipo è l’ideale per quel che riguarda “Canyon“, esordio degli STRi, al secolo Alberto Canestrari (voce e chitarra) e Nicola Battistelli (elettronica ed effettistica). Un lavoro che, non a caso, loro stessi definiscono “dream club”. Sintesi più che adatta per otto tracce che si muovono in mezzo al mare scrosciante le cui onde inebriano un profumo di dance (Summerize, Ranma), di trance, con una particolare tendenza alla progressive (Coeur Cache, la ripresa di LL dei Death in Plains), di post- rock (Caldo, la psichedelia di Conifere) e persino di etnica, senza fare alcuna distinzione tra canti tribali (Wimbo) e richiami da terre lontane (la title-track). L’effetto di un fungo allucinogeno? No, il linguaggio dell’immaginazione che sente la necessità di tuffarsi in nuovi universi. E quella di “Canyon” si rivela essere un’altra delle vie più adeguate da prendere.

Gustavo Tagliaferri

Unmade Bed Mornaite Muntide (Seahorse Recordings/Red Birds Records)

Un letto sfatto è sinonimo di confusione, d’ingarbugliamento, di cose non situate nella loro postazione generica. Ma può anche essere una peculiarità di chi non fa a meno di rifugiarsi, durante la propria fase rem, in un luogo dove vige la libertà, dove si possono fare tante cose senza nessun impedimento e senza che ci rimetta qualcuno. Un luogo dove, sulla voce di un fantomatico narratore, tra strumenti psichedelici le cui tinte possono far rammentare gli harmonium, il lo-fi incontra Robert Wyatt, i Pink Floyd più sperimentali e forse anche i primi Sigur Rós, ma vestendosi quasi come fosse musica da camera. Dove le feste di piazza suonano lontane e vicine contemporaneamente, davanti ai girotondi e ai sorrisi dei bambini che fanno loro da spettatori, prima di catapultarsi all’interno di quei teletrasporti dal look, paradossalmente, cartoonesco, e farsi accogliere da presenze che altro non sono che spettri benigni intenti a condurli in un bosco pieno di sorprese. Se questo luogo si chiama “Mornaite Muntide“, che vi piaccia o no, è una vera fortuna che quel letto sia rimasto sfatto. Soprattutto in un’occasione dove è passata tra occhi e orecchie la giusta prosecuzione di “Loom”. E i tre ragazzi lo sanno molto bene.

Gustavo Tagliaferri

OrnamentsPromo 2011 (Autoproduzione)

Nel 2006 gli Ornaments, con in spalla un demo, decidono di interrompere il loro viaggio. Una scelta che non poteva che essere dura, oltre che preveggente del malcontento da parte dei loro sostenitori e del mondo emergente. Un malcontento che fortunatamente ha cessato di esistere con la notizia della loro recente reunion, che vede peraltro la sostituzione, al basso, di Simone Mambrini con Enrico Baraldi. Risultato? Quattro canzoni per una nuova opera omonima, dove il raggiungimento di uno stile proprio di musica strumentale è ancora più marcato, e passa dalla mutazione degli archi (arrangiati da Daniele Rossi, già con gli Amp Rive) in dei feedback che passano dallo stato meditativo al raggiungimento totale del loro obiettivo (Yoganumi/Rebirth) al contrasto granitico/galattico delle atmosfere da loro create (Cassiopean), fino al silenzio apparentemente dal tempo indeterminato, ma che si vede tutto a un tratto rotto (Oannes), come da anticipazione alla marcia trionfale di The Lotus and the Multiple Scroll. Quattro dimostrazioni di quattro musicisti che sono quattro ornamenti non come tale termine nel suo uso base, ma come ulteriori spinte date alla zona “rumorosa” dello stivale.

Gustavo Tagliaferri

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