Black Capricorn – s/t

Provate a planare con la vostra psiche nel bel mezzo delle sconfinate lande all’ombra del Gennargentu e a incespicare in un vero e proprio vortice musicale, sapiente amalgama tra i Kyuss, gli Electric Wizard, i Pentagram e i Grateful  Dead.  No, non siete sotto l’effetto di qualche sostanza psicotica ma siete in preda al delirio acustico provocatovi dai Black Capricorn, un quartetto psychedelic/stoner doom proveniente dalla Sardegna.

Nati nel 2007, nel settembre del 2009 hanno inciso una demo omonima diventata poi un album vero e proprio nel giugno del 2011, questo qui. Un vero e proprio calderone stregonesco della chitarra distorta (non molta, ma quanto basta), dove lo stoner doom, quello dei capelli lunghi e neri che accompagnano ogni riff lento e solenne con il loro scuotere quasi funereo, la fa da padrone, ma dove riecheggiano anche psichedelia di Iron Butterfly-iana memoria (affascinanti, iperboliche e a tratti anche inquietanti) assieme a taluni spunti tanto cari alla dark wave anni’80 (Dead Can Dance in primis). Più nello specifico, dei Black Capricorn ciò che balza all’orecchio del metallaro medio sono le grandi influenze da parte dei Pentagram da un lato (e in particolar modo di album come “Be Forewarned” ad esempio) e dei Kyuss dall’altro (il pezzo 10000 Tons of Lava sembra difatti prendere spunto da Garcia & Company).

Un grande alone di mistero e occulto avvolge i brani di quest’album. Al classico cadenzato marchiato doom come in una perenne marcia verso l’Ade in stile Electric Wizard, aggiungeteci una psichedelia ben dosata ed effetti che vanno dall’esoterico al didgeridoo (tipico strumento a fiato degli aborigeni australiani), ottima ricreazione sonora di ciò che un paesaggio battente bandiera dei quattro mori a livello etnico possa esprimere, affiancata a una poderosa componente dell’occulto in canna. Si tratta in parte anche di un tributo vero e proprio alla loro terra, tant’è che la prima traccia s’intitola Sa Bruxia che in dialetto sardo significa “la strega”. La chitarra solista è come da tradizione parecchio possente, con il perpetuo riff doomster che marcia accattivante e graffia la pelle di chi lo ascolta. La voce in alcuni pezzi tende forse verso la melodicità grunge da un lato (che ricorda vagamente Scott Weiland degli Stone Temple Pilots) e alla timbrica vocale di John Garcia dei Kyuss dall’altro, per il resto nulla da eccepire.

In questo pot-pourri nel nome della bestia, si sovrappongono tanti generi in dosi perfettamente equilibrate come farebbe una strega nella preparazione di un maleficio. Lo si fa in maniera magistrale, e con uno sfondo sublime che talvolta incute paura, timore e angoscia, dipingendo con le note arazzi di paesaggi incontaminati pervasi da un grande senso di spiritualità. Il siffatto intruglio ci piace e ci ammalia parecchio. In Perpetual Eclipse forse si doveva puntare su di un cantato leggermente più sporco. Pezzi come Il tamburo del demonio (unica nota stonata la dissolvenza troppo veloce), 1000 Tons of Lava e Call of the Goat (pezzo cupo che strizza l’occhio all’acid rock che fu) sono parecchio incisivi e coinvolgenti.

In fin della fiera (demoniaca), questo maleficio s’ha da fare.

Giacomo Andrea Cramarossa per Mag-Music

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