Maria Messina – Never Walking Shoes

Pop in the Sky, parte uno.

Avere un approccio alla musica di quelli venuti fuori tra una camminata e l’altra nei meandri del boschetto della propria fantasia di eliiana memoria, ma dal contesto diverso, dando alla semplicità della propria persona una caratura che va fuori dagli schemi tradizionali. Il contatto lieve e allo stesso tempo duro tra orizzonti diversi, che porta a un paradossale avvicinamento di questi ultimi e al conseguente frutto del proprio modo di fare. Vero, un’attività già praticata da Beatrice Antolini, ma questo per quanto riguarda ambienti maggiormente rumorosi. È la descrizione che calza maggiormente a pennello per la veronese Maria Messina.

Nel suo carnet, voce e pianoforte reggono il gioco, non facendosi mancare i musicisti di supporto. La parola chiave è, neanche a dirlo, “pop”. Disseminata per tutte le dodici canzoni, inclusa una traccia fantasma, di questo esordio, “Never Walking Shoes“, sintesi di dieci anni di viaggi passati tra una scrittura e l’altra di un nuovo capitolo facente parte della propria avventura. Dove Kate Bush e Tori Amos si stringono reciprocamente la mano al suono di una danza che tocca allo stesso tempo diversi ambiti, in bilico sullo stesso filo.

Mentre scorrono le imprese di Thora sullo sfondo, un succedersi di note (Step Into Blank, unico momento esclusivamente strumentale) dà il La a un blues acustico (Your Mother’s Crying), presente anche con qualche scioglilingua in più (Just Dust), alla rilettura per mano del gentil sesso di certi Black Heart Procession (Clean), a cupe e misteriose presenze situate qua e là, con tanto di rumori dei loro passi (Proud) e a dolci e soavi ballate (What’s a Lie?). Senza escludere il tocco quasi lennoniano di The Prize Is Mine, la marcia da passatempo di I’m Boring o l’andamento tra il celtico e il musical di Dulcimer. Fino al finale, dove emerge la parte più cantautoriale di Maria Messina, quasi esclusivamente in singolo, It Isn’t True prima e Note di notte dopo, quasi d’improvviso, all’estremità del silenzio che le separa, ma che di certo non separa la lingua madre dal lessico comune dell’interprete.

Una nuova aliena per il mondo della musica nostrano, un’altra intenta a delineare a modo suo il concetto di pop, mettendo molta curiosità e voglia di buttarsi a capofitto nel suo mondo, magari con indosso quelle stesse scarpe mai usate per muoversi. Se poi ci si aggiunge che due tra i suoi abitanti sono la violinista e il batterista de Le maschere di Clara, ovvero Laura Masotto e Bruce Turri, qui in una veste leggera, contrariamente a come ce li ricordiamo, ma che non deludono affatto le aspettative, il gioco è fatto, e la ciliegina sulla torta ci sta tutta.

Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

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