Bruce Springsteen – Wrecking Ball

Mentre presunte rockstar di casa nostra minacciano (?) le proprie dimissioni da una carica assunta per auto elezione, alla più o meno affine età di sessantatré anni Bruce Springsteen si rivela ancora capace di tirar fuori un album certamente più che dignitoso, in alcuni casi persino in grado di sorprendere ancora: cosa non affatto scontata se della storia del rock and roll si son già scritte alcune non poco significative pagine. Ma tant’è. E dunque eccoci qui a commentare un nuovo capitolo della declinazione peculiarmente springsteeniana del famoso “romanzo americano” cui il Boss continua incessantemente a lavorare da più o meno quarant’anni, variando in lungo e in largo sul dominante tema del sogno americano. O meglio, del divario che ineluttabilmente sussiste tra questo e la realtà di tutti i giorni. Una realtà tutta sbagliata, e dunque tutta da rifare? Non prima però di essere stata opportunamente spazzata via: da qui il titolo del disco, “Wrecking Ball” (palla da demolizione).

Se l’idea alla base dell’album è quella di fare del tutto una tabula rasa, questa non sarà però tanto elettrificata quanto forse ci si poteva attendere da un disco del Boss, che però ci ha già abituato nel corso della sua carriera a una costante alternanza tra lavori dall’impronta più marcatamente rock e altri di segno invece acustico-folkeggiante: una linea che, partita dallo scarno “Nebraska”, è andata successivamente riaffiorando prima negli anni ’90 con “The Ghost of Tom Joad”, poi in questo inizio di millennio con “Devils and Dust” e appunto “Wrecking Ball”. Quest’ultimo però, rispetto a predecessori d’identica stirpe, affianca alla consueta matrice folk americana tanto cara a Springsteen cospicue influenze dal sapore inconfondibilmente Irish. Ciò in verità sorprende relativamente, giacché strade analoghe erano state già battute dal rocker del New Jersey nei recenti “Live in Dublin” ma soprattutto nelle “Seeger Sessions”, i cui echi si ripercuotono dunque su questo nuovo episodio, quasi saltando a piè pari gli ultimi due non del tutto convincenti album in studio, “Magic” e “Workin’ on a Dream”. Rispetto a questi, in “Wrecking Ball” rilucono i bagliori di un’energia e una rabbia che in un disco di Springsteen non risuonavano da tanti, troppi anni. D’altronde, cosa sono le opere migliori dell’ultimo Springsteen se non un’energica opera di ricostruzione su macerie? “The Rising” nacque dalle ceneri ancora fumanti dell’11 Settembre, “Devils and Dust” dalla sconfortante America di George W. Bush, “Wrecking Ball” da quello che l’America oggi è: un paese indelebilmente segnato dalla crisi economica, sia pure sorretto dalle tante (e in parte però rimaste frustrate) speranze suscitate dall’avvento di Barack Obama.

In questo concept album (quale in qualche modo questo “Wrecking Ball” è), i brani si succedono in maniera tutt’altro che casuale: si può anzi distinguervi una prima e più aggressiva “pars destruens” che non poteva non culminare in un titolo come “Wrecking Ball” (palla da demolizione, appunto) seguito da una seconda “pars costruens” dai colori decisamente meno cupi. Che cosa succede se un paese come gli Stati Uniti sembra aver tradito la propria promessa, smarrendo le proprie linee guida, quei valori che storicamente ne costituiscono la parte migliore? La risposta del Boss è abbastanza netta: We Take Care of Our Own, traccia d’esordio e singolo apripista di quest’album. Un invito a ricostruire ripartendo da se stessi e non un inno al bieco individualismo, come alcuni hanno voluto interpretare in patria (trascinando l’autore in un equivoco per certi versi simile a quello di Born in the U.S.A, tutt’altro che una celebrazione dell’American Pride come invece piacque intendere a Reagan e soci). Peraltro, il pezzo in questione può fuorviare anche dal mero punto di vista meramente musicale, essendo l’unico brano pop rock in un lavoro orientato – come si è detto – verso ben altre atmosfere. We Take Care of Our Own è comunque una delle cose di questo disco che sicuramente resteranno negli anni a venire: solo, se questa canzone fosse stata meno oliata radiofonicamente, con quegli archi ad appesantire l’arrangiamento senza peraltro granché aggiungervi … dopo un’invettiva dal titolo emblematico come Easy Money e Shackled and Drawn, (puro folk dove tuttavia l’autore non si spinge oltre il compitino) il Boss sforna finalmente due brani all’altezza della sua fama: la toccante Jack of All Trades (tipica storia springsteeniana di un Working Class Hero, in cui il nostro riesce a ricavare il massimo persino da un giro blues largamente intaccato dal logorio di un ampio riuso), e soprattutto l’arrembante epos in salsa celtica di un’altra dura invettiva, Death to My Hometown, di gran lunga l’apice di questa prima parte di disco, e forse del disco tutto (che Springsteen stesso ha definito – e non a torto – come il suo più diretto di sempre). Dopo aver strappato più di uno sbadiglio nello scialbo lentone This Depression (che non brilla in originalità né per le liriche, né per la musica) il disco si rianima di colpo grazie alle improvvise accelerazioni della title-track (non esattamente un inedito, essendo già stata eseguita dal vivo per la prima volta nel 2009), e soprattutto, dopo altri due brani interlocutori (era proprio necessario l’inserto rap di Michelle Moore nella già di per sé non irresistibile Rocky Ground?) con Land of Hope and Dreams, altra vera gemma di quest’album (finalmente su disco dopo essere stata più volte eseguita dal vivo).  Dopo tanto inveire, rimane ancora lo spazio per un barlume di speranza: ed ecco l’eterno ritorno della mitologia della Promised Land di “Darkness on the Edge of the Town”, qui per l’appunto reincarnatasi in Land of Hope and Dreams. Mito della Terra Promessa è mito della Mobilità; e si fa presto ad arrivare a un altro noto arnese dell’armamentario mitologico americano, il treno: “Well, big wheels rolling through fields/ Where sunlight streams/Meet me in a land of hope and dreams”.

E mentre viaggiatori d’ogni tipo prendono posto su questo treno in partenza, cominciano a partire i titoli di coda di questo“Wrecking Ball”, e più di un brivido con loro: per l’ultima volta su un disco di Springsteen, direttamente dall’aldilà, risuonano le note del sax del compianto Big Man Clarence Semmons, scomparso qualche mese orsono. Dopo un epitaffio del genere, l’album poteva forse anche finire qui: sarebbe stato perfetto, no? Springsteen ha voluto però dare maggior forza al proprio messaggio di speranza con la tenue We Are Alive: siamo vivi. Ed è vivo anche il Boss, “Wrecking Ball” lo grida al mondo.

Luigi Iacobellis per Mag-Music

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