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Published on marzo 26th, 2012 | by Mag-Music

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Rising – To Solemn Ash

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Com’è bello far lo sludge dalla Danimarca in giù“.

Così, sulla falsariga del celeberrimo motivetto della Carrà nazionale, si potrebbe definire il primo tassello della discografia dei Rising, “To Solemn Ash“. Il gruppo incriminato è un terzetto sludge/heavy molto Kylesa, Baroness e Mastodon, i veri Mastodon, quelli di “Leviathan” o “Blood Mountain” per intenderci.

I tre bellimbusti hanno già conseguito un nutrito schieramento di proseliti, fan veri e propri, metallari in giacca e cravatta, mujaheddin col chiodo e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò in virtù dei numerosi premi ricevuti dalla critica dal 2006 al 2009. Anno quest’ultimo, di battesimo della loro terza demo (dopo l’omonima e “Legacy of Wolves”) e che sarebbe diventata nel 2011 l’album del quale heavy (ivi) narrerò a voi le gesta.  Il loro sound è roccioso, energico, thrash, progressive. Racchiude i migliori rombi di tuono da chiodo e corna verso il cielo che tutti conosciamo, ma allo stesso tempo è un album godibile sopratutto dai metallari che non amano i soliti clichè del nostro fantasmagorico mondo fatto di distorsioni e luppolo. In determinati pezzi fonde un thrash/groove non troppo frenetico con una miscela esplosiva fatta di progressive, e classico heavy con qualche riff deatheggiante (sulla falsariga del gruppo capitanato da Bill Kelliher e soci) il tutto però s’innesca alla lunga distanza.  Ha bisogno, infatti, di numerosi ascolti per essere compreso a 360°, ed è all’ennesimo loop del cd in questione che il loro groove colpisce e stordisce come l’uppercut di un pugile grosso, incazzato e puzzolente. Spesso ci si trova nel bel mezzo di parti ragionate che strizzano l’occhio al progressive o a spezzoni da marcia thrasheggiante quasi alla Machine Head di “Burn My Eyes” e a sparuti riff nei quali non è difficile scorgervi la nobile arte dei Cannibal Corpse. Ebbene sì, il pezzo The Vault, ad esempio, fa fede a tali caratteristiche. In altre ci offre una cavalcata molto NWOBHM (con una batteria dall’incedere parecchio thrash) ma molto meno gioviale (Sea of Basalt in merito ne è una testimonianza diretta).  La voce è figlioccia di quella/e dei Mastodon, sempre tendente verso un growl stentato che a tratti nelle parti più cupe richiama quella degli Amon Amarth (come nel pezzo Under Callous Wings). La batteria è parecchio granitica, chitarra e basso sanno sapientemente unire copiose distorsioni a un classico heavy dall’andamento più morbido.

Dal punto di vista del groove, sempre rimanendo in ambito sludge, i Rising sembrano essere meno melodici rispetto agli analoghi Baroness e più energici rispetto ai pezzi più thrash dei Kylesa. Per il resto i Mastodon, i loro passaggi progressive, e in particolar modo lo schema di alcuni loro pezzi (come Iron Task e Acqua Dementia), sembra abbiano influenzato parecchio la band danese.  Ai primi ascolti questo full-lenght, sembra quasi essere una rarità dei quattro di Atlanta, ma ripeto ci troviamo dinanzi ad una produzione che mostra le sue qualità a mò di un diesel. Più si ascolta, più esso si rivela in maniera esponenziale. Un album breve, visto il minutaggio dello stesso, ma conciso. Non hanno inventato sostanzialmente nulla di nuovo e non fanno di certo gridare al miracolo, ok.  Ma nonostante ciò il loro sound convince, e anche parecchio.

Giacomo Andrea Cramarossa per Mag-Music

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