My two cents#5

My two cents

In questo numero: Kisses from Mars, Elevators to the Grateful Sky, Mangiacassette, Acomeandromeda, Senzafissa Dimoira, Songs for the Sleepwalkers, Davide Ferrario, Appaloosa, Ultimo Attuale Corpo Sonoro, Management del dolore post-operatorio.

Kisses from MarsBirth of a New Childhood (Disco Dada Records)

Birth of a New Childhood“, nascita di una nuova infanzia. Un processo più volte annunciato come prossimo a venire, e magari davvero imminente. Visto sia dagli occhi di chi agisce e agirà che da quelli degli abitanti di pianeti coetanei della Terra. Prendiamo ad esempio Marte. Tentiamo di osservarlo in quel di Ravenna. Kisses from Mars, appunto, Marte e Ravenna in stretta connessione tra di loro. Da qui segue la scelta della psichedelia come opzione apposita per descrivere i passi da effettuare. Dalla scoperta dei tanti linguaggi con cui esprimersi (Wor(l)ds) alle vie a cui gli stessi sono collegati, siano la psiche (Tide) o i sensi (Senses), fino ai dubbi e alle domande da porsi riguardo alle tante tesi avanzate a proposito della simbologia (Pyramid). Tutt’attorno, la “caduta del gigante” (Sunset of the Giant), forse coincidente con l’ira scatenata dentro uno dei corpi celesti estranei al Sistema Solare, eppure a quest’ultimo così vicino (Sedna). Ad annunciarla, da qualche parte, è un “Albatross“. E chi si è interessato a narrare a suon di musica questo continuo processo ha ricevuto saluti e baci non solo da Marte, ma anche da tutti gli altri luoghi dell’universo.

Gustavo Tagliaferri

Elevators to the Grateful Skys/t EP (Autoproduzione)

Palermo come Palm Desert: è questa la scommessa del combo siciliano Elevators to the Grateful Sky. Quattro ragazzi, che arrivano tutti da band della scena metal sicula come Undead Creep, Omega e Horcus, decidono di mettere insieme le proprie forze per tirare fuori un EP omonimo di sei devastanti tracce. Gli ingredienti sono pochi ma buoni: big muff, wah-wah, ritmiche pestate e una buona dose di psichedelia. Un disco che suona come una muscle car lanciata a 140 km/h su una highway americana. Pescando a piene mani dai mostri sacri dello stoner, dai Kyuss ai Fu Manchu, dagli Orange Goblin fino ai giganteschi Electric Wizard, cui sono dedicati i sette devastanti minuti del brano Electric Mountain, gli Elevators confezionano un bel debutto in piena linea con i dettami del genere. Pur senza introdurre elementi originali o novità sostanziali, l’EP è una bella chicca, e sfido chiunque a non muovere la testa sui riff tellurici che esploderanno dalle vostre casse. Le uniche, piccole, note negative sono una voce non sempre perfettamente nel giusto mood e qualche (infinitesimale) incertezza ritmica qui e lì. Insomma, gli Elevators (che si autodefiniscono “Josh Homme in a Sludgy Marijuana Grinder”) hanno tutto il carattere e la tecnica che servono per tirare fuori un grande LP di debutto. Hanno solo bisogno del giusto tempo.

Dario Marchetti

MangiacassetteDisco interno (La famosa etichetta Trovarobato)

Il nome del progetto allude a un simpatico ritorno di un supporto audio ormai da considerare preistorico. Deduzione che diventa certezza se si considera che il musicista pistoiese Lorenzo Maffucci, già con i Baby Blue, si è servito proprio di un registratore multitraccia su cassetta per sbizzarrirsi per conto proprio. Il che vuol dire che nel suo “disco interno” non c’è alcun limite. Giorni e notti passati davanti a una specie di diario, riempito di scarabocchi (Boiler), ma anche di bizzarri aneddoti (Canzone della morte), memorie di amici, siano essi Valerio, Ezio, Giorgio o Sandro (Compagnia, Parametri, Vado da Sandro), rapporti con le proprie chitarre (Tatuaggio, Sangue), in barba ai ventilatori lasciati erroneamente in loop (Cinesi contenti) tra una dormita e l’altra, fuori dalla propria dimensione (Chitarra), rappresentati anche con tocchi tipici dei primi Pink Floyd (Sfera cubica). Pensieri che non è mai troppo tardi ricordare, specie ora che sono stati tutti raccolti assieme da quella che potrebbe essere la controparte di Iosonouncane, giusto per rimanere in casa Trovarobato, label che hanno in comune. E il “disco Interno” è servito proprio a questo.

Gustavo Tagliaferri

AcomeandromedAOcchio comanda colori (Piccola Bottega Popolare)

Deve aver letto molto Dino Campana, il buon Vito Indolfo, autore dei testi di “Occhio comanda colori”, debutto dei pugliesi AcomeandromedA. Lo s’intuisce dalla visionarietà di certi versi, dall’uso incontrollato della parola, dal modo di ritrarre la figura femminile – come «regina», sì, ma anche come fonte di romantico dolore – e, infine, da un flirt quasi ossessivo con la notte e le sue stelle (“Il sole è la stella del giorno/che dà luce ad ogni cecità/per questo io amo la notte/che di stelle ne ha a sazietà!” da Il pastrano nero). Gli AcomeandromedA sono una delle realtà emergenti più interessanti dal punto di vista lirico. Sotto l’aspetto musicale, la band s’inserisce in quel filone di rock italiano definito alternativo; tra echi di Marlene Kuntz anni ’90 (Il mio non compleanno, Senza K) e riferimenti fin troppo evidenti a Il teatro degli orrori (Tupatuttuttutu-booo, Tempesta). Tuttavia, ciò che caratterizza questo lavoro è la capacità di sorprendere l’ascoltatore con improvvisi cambi di rotta: l’uso equilibrato del synth e il flauto traverso spezzano quella tensione rock, che alla fine potrebbe stancare, creando non un’accozzaglia di suoni stridenti bensì un ibrido inedito quanto interessante che abbraccia sapientemente alternative-rock, elettronica e progressive. Sicuramente questo debutto può sembrare non abbastanza rifinito in certi passaggi, ma il talento c’è. Ne è prova Antonella e le sabbie di lame, in cui si percepisce tutta la loro sensibilità musicale. E in Dobar Život c’è persino il tempo per una sperimentale improvvisazione.

Andrea Russo

Senzafissa DimoiraLa tragedia del dolce (Seahorse Recordings/Red Birds Records)

Per “tragedia del dolce” si può intendere la sensazione di spaesatezza che può cogliere all’improvviso l’essere vivente, rendendolo affetto da una continua crisi umorale e facendolo sembrare strano. Ecco, anche questo disco è strano, e non è caso il fatto che si chiami proprio “La tragedia del dolce“. Quella dei Senzafissa Dimoira è una musica a bivi, le cui strade corrispondono alle tante vicende che coinvolgono la band. C’è il ritratto di “Livio” e del suo rapporto con la depressione, c’è l’ambiguità di Desiderando Moira, c’è la “Morbida autopsia” dalla quale è impossibile scappare, ci sono le luci stradali che illuminano le “Pavimentazioni” e che sono lo sfondo dell’interazione tra “Una ragazza sintetica & il vicino“, finché non lasceranno il posto alle rispettive abitazioni, vivendo “felici d’intenti” tra un “Buonaserata” e l’altro, mentre la voce di Andrea Canonico ora prende a inspirare ed espirare, ora si lascia andare, come i muscoli a riposo, prossima all’essere complice anch’essa “Al traffico e al mattino“. Con solo qualche dubbio dentro lo “Sbadiglio” che all’improvviso si fa sentire, tutti questi avvenimenti incutono parecchia curiosità!

Gustavo Tagliaferri

Songs for the SleepwalkersOur Rehearsed Spontaneous Reactions (Autoproduzione)

Ci sono atmosfere delicate quanto coinvolgenti che ti sanno colpire al cuore e alla mente e in questo caso hanno un’ottima mira. Seppur circoscritti in un genere ben preciso che ha all’attivo centinaia di band, Songs for the Sleepwalkers (nome d’arte del partenopeo – trapiantato in Svezia – Andrea Caccese) sa ritagliarsi il proprio spazio regalandoci otto tracce davvero intense e di forte impatto emotivo. Una chitarra acustica, una bella voce e qualche piccolo arrangiamento tra elettronica minimale, archi e batteria portano i brani verso una certa direzione e non stupisce che il progetto (italianissimo) arrivi dai freddi fiordi svedesi. Non c’è un pezzo da citare particolarmente ed è inutile dilungarsi nella descrizione della tracklist di un album da ascoltare tutto d’un fiato, leggero semplice e breve come un respiro.

Daniele Bertozzi

Davide FerrarioF (Novunque)

Tra performance e performance, non sono all’ordine del giorno i casi di omonimia. Ma se si ha a che fare con Davide Ferrario bisogna fare un’eccezione, perché non si sta parlando solo del regista, ma anche di uno dei componenti di quei FSC la cui attività si è svolta nello scorso decennio, tra un Battiato e l’altro (con in più un album omonimo pubblicato). Oggi, chiusa questa esperienza, a rimanere in gioco è lo stesso Ferrario. “F“, appunto. La singolarità espressa in una lettera, per il suo primo album con nome e cognome. Il terreno più consono per la composizione di brani pop dai mille toni che in quanto ad interpretazione non deludono affatto: che sia d’autore (Stanze vuote, Via da qui), acustico (Retrocattiva, Non ci sono altre domande), introspettivo (L’ultimo giorno che ho, Se non so sbagliare), elettronico (Caos, Cercando un senso, con Lele Battista) o persino, dopo un’insospettabile e curiosissima pausa affidata al “silenzio del rumore” (Io qui ci sono già stato), sul punto di diventare rock (Senza una ragione, con Lorenzo Palmeri), quello di Ferrario è un talento che meriterebbe più considerazione di quanta già non abbia avuto sia ieri che oggi.

Gustavo Tagliaferri

AppaloosaThe Worst of Saturday Night – Musica per energumeni del sabato sera (Black Candy Records)

Eclettici? Fuori controllo e dagli schemi? Non solo… un mix incredibile di generi musicali che attraversa qualsiasi cosa possa venire in mente al quartetto. “Musica per energumeni del sabato sera” (titolo geniale che si fa finemente beffe dei loro detrattori) è una raccolta di brani che raggiungono qualsiasi direzione musicale. Evito di raccontarvi e descrivere tutto quello che avviene nelle sedici tracce di questo nuovo lavoro, sarebbe lungo e inutile e non renderebbe l’idea di quello che potreste sentire qui. Ce n’è per tutti, sia per “gli energumeni del sabato sera” che per chi ama il math-rock e l’elettronica. Un passo coraggioso che porta la band a sperimentare con maturità e muoversi a 360° senza la paura di osare, infatti il disco non gode certo dell’immediatezza che poteva avere il precedente “Savana” ma sa farsi largo e farsi apprezzare dopo qualche ascolto. Appena passato il senso di disorientamento iniziale, infatti, si può godere un lavoro che pur mantenendo un taglio elettronico si sposta un po’ ovunque. Ho avuto la fortuna di sentire e recensire “Savana”, il precedente lavoro degli Appaloosa, e una volta di più ho la conferma che questa band arriva da un altro pianeta!

Daniele Bertozzi

Ultimo Attuale Corpo SonoroIo ricordo con rabbia (Manzanilla Musica e Dischi)

C’è una memoria storica da salvaguardare affinché non venga risucchiata dalla cancellazione, una priorità che non vale di certo solo per il nostro paese. In base ad un processo già iniziato nel 2009 con “Memorie e violenze di Sant’Isabella”, gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro ritornano sui passi lasciati sotto forma di declamazioni espresse a suon di rock. E che stavolta, già dal titolo di questo secondo atto, “Io ricordo con rabbia“, diventano sfoghi. Le dediche a Pier Paolo Pasolini lasciano spazio a Salvador Allende, Victor Jara e gli 11 settembre dimenticati, la questione israelo-palestinese (Non tacciano i canti), l’imperialismo implicato nelle stragi di Stato (Flight Data Recorder), l’antimafia soffocata in quel della Campania (Fortàpasc) e l’oscuro passato di personaggi ormai divenuti fin troppo sovraesposti (Tessera P2 1816). In mezzo intermezzi mertensiani (Casablanca), occhi puntati su profili molto simili a quelli delle persone più care (Il cuore di Itamar) e dichiarazioni d’intenti (la title-track, Della tua bocca, Mio sole dei morenti). Il cui mantenimento è evidente, anche grazie a un Gianmarco Mercati che, tra Clementi e Ferretti, con la sua interpretazione dona molto pathos al tutto.

Gustavo Tagliaferri

Management del dolore post-operatorioAuff!! (MArteLabel)

Un incidente. La corsa al pronto soccorso. Un’esclamazione: “Auff!!“. La diretta conseguenza: una gamba rotta per tutti e quattro i presenti, già testimoni di quelle “Mestruazioni” che si sono manifestate nel 2009, non esclusivamente a riguardo di questioni intime. Ecco il Management del dolore post-operatorio, che vede la sua conferma proprio quest’anno. Musicisti zoppicanti e apparentemente moribondi, ma non impossibilitati dal comporre dieci canzoni, tra le quali diverse che sanno di disco-rock, passando dai divertissement sul gentil sesso (Marilyn Monroe) fino alla relazione con esso (Pornobisogno), dai poeti a confronto (la title-track) fino alla dicotomia scritto-realtà (Irreversibile) e inaspettati giri darkeggianti (Nei palazzi). Ma non mancano le occasioni in cui c’è bisogno di ingranare servendosi di toni vibranti, con uno sguardo all’attualità (Macedonia, Signor poliziotto) oppure ripensando ad amici mai dimenticati (Norman). Non da meno l’insolita storia d'”Amore borghese” cantata con Emiliano Audisio dei Linea 77, la cui performance è più che buona, e il velato cantautorato de Il numero otto. Qualcosa che fa tanto male, ma altrettanto bene. Alla faccia del gesso.

Gustavo Tagliaferri

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