Missincat – Wow

Missincat - Wow

Missincat - WowPop in the sky, parte due.

Sdraiati in alto mare sulla propria imbarcazione minuta, intenti a osservare i repentini cambiamenti del panorama tanto caro da anni agli occhi di chi fa da spettatore. Freschezza e vitalità sono i punti base di una situazione del genere, che apparentemente suonerebbe come una visione estiva delle cose. Invece è una via alternativa di composizione per quello che è uno stralunato pop. Il cielo è lunatico, fa tanti di quei giochi da sembrare burlesco. E non è la prima volta che a osservarlo sia un’italiana, da un po’ di tempo sbarcata in quei lidi. “Wow“. Già, un’esclamazione tanto cara ai Verdena, ma che non è solo loro.

Quella della milanese Caterina Barbieri, in arte Missincat, è l’espressione in musica del diletto, fatto di melodie messe in risalto dalla sua irresistibile voce civettuosa e con un pizzico di raffinatezza, nate nella sua nuova casa, Berlino, la meta più consona, sin dal 2007, per far prendere loro forma. Proprio il lavoro d’esordio, “Back on My Feet, tra campagne Nintendo e aperture di tour di Amy Winehouse, è stata la sintesi adeguata per una formula simile. Una forma di folk moderno che a due anni di distanza prende nuovamente piede, sempre sotto forma di album.

Stupore, come da titolo. Per l’allegria e l’introspezione che emergono in diverse occasioni, tra le canzoni. Per il sapore così vintage, in particolare degli strumenti di contorno, eppure così moderno. Il banjo di Wide Open Wings, accompagnato da Fly High e da qualche vetro rotto, la tromba in sintonia con le percussioni di No Sleep e lo schiocco delle dita di Distracted, la chitarra slide di Try Me, gli archi di Dare to Dare, il flauto di Just In My Head, fatto di reminescenze prog (!) e di richiami fantasma, la ballata Little Birdie, lo swing di I Wish You Could Allow, la spensieratezza di The House by the River sono lo sfondo, lei la cantautrice.

Ma Missincat è così lontana eppure così vicina al paese natio. E così accade che Capita, lo stradiscusso duetto con l’amico Giuseppe “Dente” Peveri, nella sua struttura elementare, per non dire molto vicina ai ’60s, risulti non essere meno di classe degli altri brani, oltre a mettere a nudo la propria innocenza. Senza smettere di pensare a quelle cose impossibili da rimuovere dalla mente, e riguardanti lo stivale.

Un momento che non può che starci più che bene come chiusura del secondo capitolo di un percorso per nulla scontato come quello della signora Barbieri. Oltre a fare da ulteriore prova del fatto che a volte la semplicità, quando adoperata adeguatamente, è la via da seguire per dei risultati che si rivelano essere eclatanti. Indipendentemente dall’essere dentro o fuori dai propri confini.

Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

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