Jester at Work – Magellano

Jester at Work - Magellano

Jester at Work - MagellanoNon sempre occorre recarsi fino in America per trovarla: di esempi di chi l’America l’ha trovata qui in Italia è, del resto, sin troppo ricca la storia. Non scomodiamo dunque personaggi come Heather Parisi o Justine Mattera per cominciare questa recensione, ché stanno bene dove stanno (ma dove stanno?).

Qui si parla d’altro, si parla di Magellano: un Magellano però rigorosamente da virgolettare, che non va dunque inteso in quanto esploratore portoghese, bensì come il titolo scelto da Jester at Work (al secolo Antonio Vitale, da Pescara) per questo suo secondo lavoro in studio.

L’immaginazione, si sa, va un po’ dove le pare, e “Magellano” fa appunto parte di quella categoria di dischi che prendono  per mano l’ascoltatore, conducendolo verso territori che non ha mai visto di persona, né forse vedrà mai: una sorta di esplorazione da condursi rigorosamente contando sulla sola forza della musica. Il che – almeno in questo specifico caso – equivale un po’, come s’è detto, ad andare in America senza andarci per davvero. Ma, giacché qui di musica si parla e non dei progetti per le nostre vacanze, ciò costituisce solo un trascurabile dettaglio, e “Magellano” si rivela pertanto un nome più che azzeccato per un disco pronto a farci salpare alla volta di rotte musicali che al fruitore più avvertito magari risulteranno decisamente familiari, senza che però per questo nulla, proprio nulla del loro peculiare potere evocativo ne risulti sminuito.

In quest’album, concepito in una casa con vista sul porto canale di Pescara (e che in virtù di questa suggestiva genesi in solitaria, ma soprattutto per gli arrangiamenti scabri e una certa cupezza di fondo potrà forse evocare nella mente di alcuni remote analogie con “Nebraska” di Bruce Springsteen), s’incrociano infatti in maniera originale echi di Nick Drake, Mark Lanegan, Leonard Cohen e, perché no, dell’Eddie Vedder più crepuscolare. Le tante ispirazioni che in questo “Magellano” è possibile cogliere sono tuttavia ben lungi da sminuirne il sicuro valore: piuttosto, esprimono emblematicamente la versatilità che il maturo songwriting di Vitale è in grado di raggiungere; una versatilità che è propria anche della voce del cantautore pescarese, capace di alternare registri rauchi e cavernosi ad altri più tenui e sussurrati, che gli arrangiamenti essenziali e mai invasivi (oltre alla dominante chitarra acustica, c’è infatti ben poco altro in questo disco) valorizzano mirabilmente.

Viaggio all’interno della tradizione musicale stelle e strisce, ma soprattutto viaggio introspettivo nell’inquietudine, “Magellano” è un disco sommariamente colorato in bianco e nero, in cui i pochi ed effimeri raggi di luce si arrendono ineluttabilmente all’incombere delle tenebre; in cui i background vocals che accompagnano talvolta il canto di Vitale paiono fatte apposta per dare corpo ai suoi (e ai nostri) fantasmi interiori. E la trance folk di Estacion 14 (penultima di undici tracce, tra le più incisive dell’album insieme al soliloquio di Deep Black Sea e alla claustrofobica Unsolved (Mistery) Misery) dà l’invincibile impressione d’essere una di quelle energiche sgroppate fatte apposta per lasciarsi alle spalle tanta (sia pure assai seducente) oscurità. È questo l’autentico approdo del viaggio di “Magellano”, del quale i quasi otto minuti finali (con tanto di ghost track) di Alphabet Tree sono invece un po’ i rassicuranti titoli di coda.

Ora, l’auspicio è che per il progetto Jester at Work questo “Magellano” non sia un semplice approdo, bensì il punto di partenza verso i lidi che con quest’album ha dimostrato ampiamente di meritare.

Luigi Iacobellis

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