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Published on aprile 15th, 2012 | by Mag-Music

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Intervista a Songs for the Sleepwalkers


Incontro Andrea Caccese, titolare del progetto Songs for the Sleepwalkers, per una chiacchierata via Skype. È giovanissimo, ha già un sacco di esperienze alle spalle, uno spirito d’iniziativa invidiabile e Songs for the Sleepwalkers è solo la sua ennesima trovata!

- Andrea, partiamo con la prima domanda: come sei arrivato a Songs for the Sleepwalkers?

- Songs For The Sleepwalkers è nato da molta confusione e da parecchia indecisione. Mi sono trovato a un certo punto a girare per l’Europa da solo, senza una band dopo lo scioglimento del mio vecchio gruppo, e con una manciata di canzoni in testa. All’inizio ho dovuto affrontare la paura di esibirmi e suonare da solo, ci si sente molto più esposti e vulnerabili in molti sensi, ma questo tipo di fragilità è diventata paradossalmente una motivazione a trasformare tutte queste emozioni in un suono.

Ho scelto come sigla Songs for the Sleepwalkers perchè il progetto è più di un lavoro da solista: è aperto a tanti musicisti e tante influenze diverse che portano il loro contributo.

- Diciamo che con questa risposta hai anticipato qualche mia domanda! Dicevi dell’Europa…

- Suonavo in un gruppo punk rock chiamato The Wisers, che oltre ad essersi guadagnato un buon seguito nella nostra scena locale (Napoli e dintorni). Ha avuto un buon seguito anche all’estero, abbiamo avuto modo di fare due tour europei molto eccitanti, e le cose hanno cominciato a ingranare. Il gruppo si è sciolto per un motivo o per un altro ed io, che ho sempre dedicato il 100% del mio tempo alla musica, mi sono ritrovato in un enorme buco nero. A Napoli, per qualche tempo mi sono sentito isolato dal mondo intero, senza nulla da fare e con tutti i miei amici impegnati chi con l’uni chi con altre band. Per farla breve, avevamo in programma alcune date in Germania, Olanda e Inghilterra con la band, che ho deciso di affrontare da solo. Anche con la band sciolta, proponendo versioni acustiche di alcuni brani. Respirare l’aria europea da solo e per qualche settimana mi ha definitivamente spinto ad andarmene, poi trova una ragazza in Svezia, e le coordinate giuste appaiono sulla mappa!

- Ok, svelato il mistero allora. Innanzitutto complimenti per lo spirito d’iniziativa, non è da tutti.

- Io mi sono buttato.

- Visto che hai fatto esperienze musicali sia in Italia che in Svezia, che differenze hai riscontrato? Che cosa cambia realmente nei due panorami?

- Alla fine penso che l’approccio culturale della musica (e non solo) cambia tutto per un artista. Molti si sforzano di fare paragoni basandosi su una base “meglio” o “peggio”, quando la scena è semplicemente diversa: In Italia la musica è storicamente molto associata alla politica. I concerti di piazza hanno fatto la storia dell’organizzazione eventi nel nostro paese (concerti come i Clash a Bologna del ‘77 di cui ancora si parla) e la gente è abituata alla musica come un mezzo di aggregazione sociale più che come evasione dalla routine. Oppure purtroppo succede l’esatto opposto in cui per fare musica bisogna confezionare un disco fatto con lo stampino ed essere delle rockstar venerate. In Svezia non si guarda in faccia alla politica o ai “big” o anche ai generi musicali, è tutto un po’ più mescolato insieme ed è davvero bello uscire fuori dai recinti.

Io ho sempre fatto musica che parla di me stesso, dei miei sogni e delle mie speranze personali e ho trovato molto più facile potermi relazionare a un pubblico che più apertamente dialoga con queste stesse emozioni.

Quando sono all’estero a vedere una band emergente quello che mi colpisce è l’attenzione del pubblico mentre qui da noi sembra non interessare cosa abbia da dire un artista non famoso. In un certo senso, è vero. Non vorrei fare un discorso generale, però personalmente mi sono trovato sempre in situazioni più facili da queste parti. Anche se l’Italia non è cosi arretrata, come molti credono, anzi ci sono posti più “blasonati” che per me sono messi anche peggio, per altri motivi.

- Che cosa intendi?

- Intendo dire che molti appassionati di musica si rammaricano della situazione italiana, dei pochi concerti… però nel nostro paese ci sono una serie di realtà locali che secondo me farebbero un figurone a livello anche internazionale. Molti guardano all’Inghilterra, a Londra ad esempio, come una capitale della musica, e in un certo senso musicalmente mi ci sono trovato abbastanza peggio che in Italia da quelle parti! Ci sono cosi tanti gruppi che tentano di sfondare che i promoter e le persone sono diventate poco recettive, addirittura ostili verso le nuove leve e regna la popolarità basata sui gossip, stile NME.

- Parlando invece del tuo disco, come sei arrivato a questi pezzi?

Me la sono presa davvero con calma, all’inizio mi sono seduto e ho cercato di scrivere un album molto velocemente basato su una o due canzoni che avevo già pronte. Alla fine ho capito che forzandomi non sarei arrivato da nessuna parte e me la sono presa con molta calma, mettendoci quasi quattro mesi per registrare tutto il disco (più per scriverlo che per registrarlo). Anche se l’album è composto da otto canzoni, quello che volevo tentare di fare era di creare una sorta di concept (anche se odio chiamarlo cosi), in cui le canzoni sono intese come otto differenti parti di un unico lungo brano.

- Ho notato certe influenze molto vicine ai posti dove vivi.

- Io sono un avido appassionato di musica, e ascolto davvero di tutto. Ho provato a non limitarmi a un genere ben preciso e a tentare di andare oltre i miei limiti imposti da chitarra e voce, quindi ho sperimentato e ho cercato di vedere cosa sarebbe scaturito dall’incorporare vari generi e suoni sulla struttura “pelle e ossa” delle canzoni, costruite semplicemente con la chitarra. Il risultato secondo me è uscito fuori come un mix tra folk, post-rock e anche un po’ di progressive!

- Il lavoro in studio. Come hai vissuto l’esperienza?

- Sentendo questo disco non posso fare a meno a tutte le sezioni “notturne” durante le registrazioni, che hanno sicuramente condizionato una vena molto intima sull’intero album! Ho registrato quasi tutto il disco nel mio soggiorno che per l’occasione è stato trasformato in uno spazio pieno di microfoni, cavi e amplificatori il che mi ha dato abbastanza libertà di prenderla con comodo e sperimentare sul momento. Alcuni brani, come ad esempio Asleep, che è il mio pezzo preferito del disco, non sarebbero mai potuti nascere in uno studio. Ho solo afferrato una chitarra e registrato di getto alle tre del mattino! Per le parti più rumorose invece (chitarre elettriche, basso, batteria) ho spostato tutto il set up nello studio di alcuni amici che mi hanno anche aiutato suonando alcune parti.

- Con troppa libertà non c’è il rischio di perdersi un po’?

- Penso sia un discorso molto personale. Dipende molto da quanto si è determinati a fare qualcosa. Molte persone senza dei confini ben precisi entro cui lavorare finiscono per prendersela fin troppo comoda, e magari finendo per non combinare nulla, per me il pericolo è stato l’opposto. Alcune canzoni mi hanno tenuto bloccato in modo quasi ossessivo. Avendo a disposizione molta strumentazione c è sempre la voglia di cambiare, riarrangiare, ri-registrare alla fine la cosa più difficile è quella di imparare a convivere con alcune cose che magari per gli ascolti ripetitivi sembrano già “vecchie” o fuori posto. Sono stato davvero aiutato a non diventare pazzo da una serie di opinioni esterne durante le registrazioni, specialmente di gente che non suona, che ha un’ottica totalmente diversa su un “work in progress” di altri amici musicisti.

Le opinioni esterne sono forse le migliori se oneste. Quando sei molto coinvolto, rischi di non essere molto obiettivo. Nel bene e nel male.

- Esatto. Alla fine un’opinione esterna è un po’ come uno schiaffo che ti sveglia all’improvviso. Una volta finito il disco, come hai deciso di proporlo? Contatti e rapporti con etichette o booking?

- Una volta finito il disco e l’artwork ho semplicemente deciso di metterlo in giro in proprio, e vedere un po’ che cosa sarebbe successo. Ho preso parte insieme a un paio di amici una sorta di “imprint”, Paper Wings Music, un’etichetta indipendente che è nata proprio per pubblicare quest’album e insieme siamo riusciti ad attirare un po’ di buona attenzione sull’album! La cosa che più m’interessa è suonare dal vivo ovunque. E oltre a curarci del nostro booking, stiamo lavorando con l’agenzia tedesca “Interzone Group” che questo giugno ci porta in tour in tutta Europa (Italia inclusa).

- Dove in Italia?

- Per adesso Napoli, e forse anche Milano, ma ci vorrà un paio di settimane prima di ricevere le date complete dall’agenzia. Sicuramente il tour ci porterà in Germania, Spagna, Portogallo, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svezia, Italia e Danimarca e anche Olanda! Un bel viaggetto! Sono davvero contento di avere l’opportunità di suonare tutte queste date (saranno quasi venti) e non vedo l ora di partire! La cosa divertente è che farò da gruppo di supporto a me stesso (si parla degli I Used to Be a Sparrow, progetto parallelo di Andrea, ndr.)

Ora un po’ di botta risposta per conoscerti meglio: pronto?

- Band preferita.

- Minus the Bear.

- Band emergente preferita.

- This Town Needs Guns.

- Canzone preferita.

- Tulips dei Bloc Party.

- Colore preferito.

- Nero. Anche se non è  un colore.

- Il disco che ti ha cambiato la vita.

- “Welcome the Night” dei The Ataris.

- Dolce o salato.

- Salato.

- Se fossi in un film, chi saresti?

- “Lost in Translation” di Sofia Coppola.

- Beh, direi che hai svuotato il sacco! Un saluto a qualcuno in particolare?

- Un salutone a Mag-Music e a tutti i lettori e gli appassionati di buona musica! Un po’ di self-spam: il disco di debutto di Songs for the Sleepwalkers, “Our Rehearsed Spontaneous Reactions”, è disponibile in download gratuito o su cd, e se sono dalle vostre parti venitemi a sentire in concerto! Su Facebook saranno presto pubblicate le date!

Daniele Bertozzi per Mag-Music


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