The Mantra ATSMM – Ghost Dance

Ectoplasmi. Li senti, ma non li vedi. Forse perché riescono a mimetizzarsi meticolosamente nel verde, tra gli alberi, gli altri oggetti situati nei paraggi, addirittura sul terreno, quando ci si ritrova a dare uno sguardo ad ambienti diversi da quello a cui si è abituati. O se li vedi, è perché certi di questi tentativi di confondersi con l’ambiente non riescono del tutto, e vari particolari che ne vengono fuori danno all’occhio senza troppa difficoltà. La loro presenza è evidente. E in quanto esistenti, hanno pur sempre una via di espressione, come tutti.

Napoli. Città che sta avendo sempre più voce in capitolo. Al suo interno si può dire che si sia già fatta un’idea di ciò. La Napoli sempre più brulicante di voglia di emergere, di tirare fuori l’anima, di guardare le cose attraverso una propria ottica. La Napoli dei The Mantra Above the Spotless Melt Moon, di nuovo sulle scene dopo la stesura di quelle “Defeated Songs” che li hanno confermati.

E come ieri anche oggi. Eppur loro si muovono. Ballano. Sono fantasmi e la loro si chiama “Ghost Dance“, una movimentata riunione collettiva troppo vicina all’estero per essere di origine esclusivamente campana. Dove tantissime influenze si fanno sentire, riuscendo a fondersi in una sola entità. La voce di Adriana Salomone, anche chitarrista, non ci vuole molto affinché streghi chi la sta ascoltando. Dolcemente e intensamente, mentre i momenti passano uno dopo l’altro e ognuno è come se costituisse un modo diverso di scatenarsi per quelli che sono i protagonisti.

Ballano al suono di alti feedback che s’incrociano con frenetiche linee di basso (Death Baby Chicco). Ballano travolti da una malinconia post-rock (The Wolf). Addirittura ballano riuscendo a spostarsi da una città all’altra, odorando infusi che sanno di 60’s portati ai giorni nostri (Trieste).

Ballano seguendo dei synth che, grazie a un ottimo lavoro da parte del bassista Davide Famularo, sono contemporaneamente mezzi attraverso cui compiere l’ipnosi (Heads or Tails) e ricetrasmettitori che sanno come rilevare le frequenze (Harlequin, un’effusione amorosa tra Bjork e il lo-fi).

Ballano su note di chitarra che sanno di prog (Blue Army) e su un pesto trip-hop che sa quando indurirsi (Slow Motion).

Ballano anche al ritmo di quelli che dovrebbero essere i momenti più tranquilli, specchiandosi tra le stelle (Constellations), finchè non decidono di ripercorrere le mosse compiute precedentemente, magari velocizzando il tutto (Fast Forward, appunto), per poi raggiungere lo zenith con l’electro-dream di Manao Tupapau e i suoi imperdibili ultrasuoni conclusivi.

“Ghost Dance”, una pratica sonora che non ha un unico target, ma è rivolta anche a tutti quelli che si trovano ancora in uno stato materiale, perché al suono di una simile musica lasciarsi andare in una serie di passi di danza con i fantasmi è più unico che raro.

E non fa che permettere un’ottima reputazione a Napoli e all’Italia.

Gustavo Tagliaferri per Mag-Music

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