Intervista ai Movie Star Junkies

Dopo aver cantato e suonato, tra gli altri, di Emanuel Carnevali, William Blake e Herman Melville, è arrivato il momento per i Movie Star Junkies di approdare a un concept album, “Son of the Dust”. Facciamoci quattro chiacchiere con Stefano Isaia, voce del quintetto torinese.

“Melville” e “A Poison Tree”, i vostri precedenti lavori, attingevano a piene mani dalla letteratura (Emanuel Carnevali, William Blake e, naturalmente, Herman Melville), ma anche dal folklore, autocono e non. “Son of the Dust”, invece, è un concept album, anzi, è un “viaggio attraverso riti ancestrali e superstizioni religiose che ruota intorno a tre personaggi chiave: uno straniero, un prete e un contadino. Il ‘figlio della polvere’ è proprio quest‘ultimo, capro espiatorio di un paesino rurale che tenta di sconfiggere la siccità aggrappandosi a vecchie leggende e tradizioni, opponendo la sacralità dei riti pagani alla paura del castigo divino”. Il finale dell’opera è agghiacciante. Lo straniero e il contadino riescono a compiere il rito contro la siccità, ma devono sacrificare il prete, unico ostacolo all’opera, lanciandolo assieme alla statua del santo patrono del paesino in un pozzo. Il rituale così è finalmente finito, ma a che prezzo? Piove, piove per mesi, i fiumi straripano e spazzano via tutto, inclusa la moglie del contadino. Che cosa vi ha ispirato di più durante la stesura dei brani? Quali sono state, se ce ne sono state, le influenze, magari letterarie o cinematografiche, più forti e presenti?

Sicuramente Faulkner. Il fatto che alcuni brani dell’album siano il punto di vista dei singoli personaggi ricorda alcuni suoi romanzi, soprattutto “Mentre morivo”, uno dei libri che più ha influenzato la stesura di questo album. Ma anche Flannery O’Connor, o Cormac McCarthy che di Faulkner è il degno erede. Negli ultimi mesi “Meridiano di sangue” ha girato in furgone e l’abbiamo letto praticamente tutti rimanendone folgorati. L’idea della statua del santo e del suo rituale l’ho presa da un racconto di Eraldo Baldini, è una antica leggenda della zona di Ferrara che ho adattato e trasportato nel sud degli Stati Uniti, in un’ambientazione più faulkneriana appunto.

A chi affidereste la regia di “Son of the Dust”? Visti i temi, sono convinto che potrebbe uscire un interessante sceneggiato, un po’ come quelli che, da ciò che ho sentito, incollavano alla poltrona milioni di italiani negli anni ’70.

Non ci ho mai pensato. Forse a Sam Peckinpah. O magari un arrangiamento visionario alla “El Topo” di Jodorowsky.

Un punto focale dell’album sono i suadenti cori di Nathalie Naigre e Marie Mourier. Cercherete, quando possibile, di portarle con voi anche sul palco?

Sarebbe fantastico ma Nathalie e Marie abitano a Limoges e ci sono un po’ di problemi logistici. Ci stiamo organizzando per fare con loro la data del 16 giugno al festival MI AMI a Milano.

“Son of the Dust” inaugura il catalogo dell’Outside Inside Records, etichetta legata all’omonimo studio di registrazione dei vostri amici e colleghi The Mojomatics. Vi davo per certo nel roster della Ghost Records, con la quale avevate pubblicato l’EP “In a Night Like This”, e invece…

Uscire per la Outside Inside è stata una scelta consapevole e dettata da alcune esigenze economiche. La maggior parte delle etichette con cui abbiamo lavorato (la Voodoo Rhythm Records ad esempio) sono etichette grandiose ma che per continuare ad esistere hanno dei costi e chiedono diversi sacrifici alle band che hanno nel roster, primo fra tutti il costo delle copie vendute alla band. Farlo con la Outside Inside è stato come farcelo uscire da soli, il nostro bassista Nene ne fa parte, e l’etichetta è fatta su misura per i musicisti, essendo fatta da musicisti. I costi sono minori, le vendite al banchetto e ai negozi vengono divise equamente con la band, nessuna delle parti guadagna di più e credo sia l’unico modo che ha una band underground per continuare a campare e a suonare il piu’ possibile.

La copertina richiama molto quelle del catalogo della Sacred Bones. Una coincidenza?

L’etichetta a cui ci siamo ispirati è la Folkways Records.

Ci parlate un po’ dei vostri progetti paralleli, come ad esempio di Gianni Giublena Rosacroce, side-project del vostro cantante Stefano Isaia?

Abbiamo tutti dei progetti paralleli,che ci aiutano a crescere singolarmente e come musicisti. Vinz suona nei Vernon Selavy, un trio blues/folk/tropicalista che sta per fare uscire un album chiamato “Stressed Desserts Blues”. Nene e Caio han suonato per diversi anni coi Vermillion Sands. Boto suona con oAxAcA, ensemble free jazz con un disco uscito quest’anno per Jacob Records e Selva Elettrica. Gianni Giublena Rosacroce è il mio progetto solista, suono clarinetto e percussioni varie, il risultato è molto simile ad alcune cose di Moondog e Muhal Richard Abrhams, è uscita quest’anno una cassetta per Yerevan Tapes. Il clarinetto lo suono anche con una band  dalle sonorità mediorientali e un po’ kraut che si chiama La piramide di sangue. Abbiamo un disco in uscita a giugno per la berlinese Sound of Cobra in coproduzione con Boring Machines.

Marco Gargiulo

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