If These Trees Could Talk – Red Forest

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Se potessimo racchiudere l’esperienza musicale della nostra generazione, la parola adatta sarebbe sicuramente “post”. L’italia in generale vive una situazione abbastanza “post”; la musica arriva dopo, i gruppi la suonano dopo, la incidono dopo; inoltre è degno di nota il fatto che, quando qualcosa è difficilmente “esplicabile”, si utilizzi il prefisso “post”.

Il post-rock pianta le radici, tralasciando tutti gli spunti giusti e possibili, negli anni ’90. Nessuno ricorda quando esattamente sia arrivato a noi, il punto è che ad oggi è entrato nella consuetudine musicale di ognuno, rappresentando in un certo senso il sentimentalismo strumentale. È la musica per la gente sentimentale, tardo adolescenti metallari bisognosi di provare emozioni forti senza esser necessariamente guidati dalle parole; da questo nascono le svariate manciate di recensioni (e recensori) utilizzanti lo Zanichelli – Sinonimi e contrari per creare il giusto equilibrio tra mistificazione linguistica e saccenza musicale cognitiva (pensiamo a cosa saremmo noi oggi se non leggessimo una recensione con almeno un“trascendentale” “sublime” “sognante”; saremmo perduti.).

Ora che tutti abbiamo imparato ad adattare la nostra vita nell’essere “post”, quest’ultimo è finito.

Il nuovo album degli If These Trees Could Talk arriva con qualche quinquennio di ritardo adottando come formula vincente le trite tradizioni del post-rock, né più, né meno.  Nonostante ciò la band dell’Ohio con questo “Red Forest” pare aver raggiunto la propria maturità; se i due precedenti lavori sembravano mera imitazione di una cultura post-rock avanzante, quest’ultimo pare aver acquisito una propria personalità, come se i cinque ragazzi di Akron avessero trovato finalmente una strada da percorrere. Peccato averlo capito così tardi.

Tralasciando i vaneggi circa l’aver già ascoltato tutto il post-rock ascoltabile, tanto che, ogni lavoro così targato suoni “vecchio”, “Red Forest” ci dona qualche momento di pura melodia melanconica, di quelle che si attaccano allo stomaco e ha a che fare con la stessa inconscia violenza di un gruppo prossimo più al metal che ad un post-rock che sfocia nell’elettronica.

Ogni pezzo è ben strutturato composto di fraseggi di chitarra e di sezioni ritmiche ben proporzionate tra loro; è inevitabile tuffarcisi dentro con il massimo della passione che però sfuma a fine album, in quanto lo stesso non riesce a regalarci nulla più di quanto già provato con molti altri lavori passati.

È stata tutta questione di tempistica, ma concedergli qualche ascolto è d’obbligo.

Eliana Tessuto per Mag-Music

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