Judas Priest + UFO – Palabam, Mantova 11/05/12

Judas is rising! Quasi profeticamente i Judas Priest avevano già annunciato la loro “resurrezione”, dopo la dichiarazione dell´ultimo concerto, lo scorso anno. Più che una certezza, una speranza, un desiderio di migliaia di fan, che alla fine è stato esaudito dal ritorno della band col nuovo tour mondiale. Tour che ha scelto Mantova come unica data italiana e che ha richiamato nella città sul Mincio la folla dei fedelissimi dei Judas, da ogni parte d’Italia. Il pubblico è un´anomala massa di metallo, colorata e rumorosa, di ogni età, di ogni dimensione, di ogni genere, che lentamente affluisce dal parcheggio all´ingresso, passando tra gli innumerevoli stand pieni di magliette, per distendersi sul terreno del Palabam e accalcarsi lungo le transenne della prima fila.

Sono i britannici UFO ad aprire il concerto, che con la loro lunghissima storia di musica arrivano puntualissimi ad arroventare la platea. Phil Mogg, classe 1948, agguanta il microfono e non sbaglia un colpo, maestro sulla cattedra del rock and roll. Poi il palco si svuota e si nasconde dietro al tendone con l’icona di “Epitaph”, il nome del tour del ritorno, che, però, più che una pietra tombale, sembra preludere ad una rinascita. Ma del resto loro, gli originali “metal gods”, in fondo, come possono morire? Così quando, dopo un’attesa interminabile, il palco si svela, come la scenografia di un teatro, gli attori entrano in scena con l’energia travolgente dei Judas Priest, il pubblico su muove, urla, salta e danza come le onde di un mare in tempesta, diventa esso stesso parte dello spettacolo, tra il gotico e il barocco, che band inglese inscena nel Palabam. La musica, favorita dalla buona acustica, riempie ogni angolo dello spazio, incanta gli spettatori, che, come guidati dal “guru”, dal Nostradamus-Rob Halford, si muovono stregati ai suoi ritmi, seguono i suoi passi, i suoi occhi, la sua voce. Il repertorio dei Judas è sconfinato come la loro energia e la loro abilità tecnica, i pezzi scelti sono soprattutto i classici della band, non lasciano tregua al continuo rullare e pulsare delle casse. La scenografia è quella dei Judas, il palco s’illumina ai lampi delle lingue di fuoco, Rob Halford è un trasformista, interpreta ogni pezzo in diverse sembianze, ma con la stessa voce chiara, acuta, potente, disarmante. Il pubblico non molla mai, canta con lui, la band è divertita dalla preparazione impeccabile dei ragazzi italiani, Halford li premia avvolgendosi nel tricolore, sceso dalla motocicletta con cui ha aggiunto spettacolo allo spettacolo, scoppiettando sul palco. La batteria attacca un assolo che è un chiaro preludio all’”antidolorifico” universale, la tanto attesa Painkiller, cui seguono altri brani memorabili e ritmati. Il tributo a Joan Baez, Diamond and Rust, è uno dei pochi momenti per riprendere fiato, ma poi ritorna il turbine dei Judas Priest. Lo spettacolo dura due ore e mezza, la band riappare più volte sul palco, all´invito continuo del pubblico italiano che, si sa, è quello che canta meglio di tutti!

Alla fine tutto il gruppo ringrazia e s’inchina, Glenn Tipton scende a toccare le mani degli irriducibili, che hanno ballato fino alla fine sotto il palco. Noi torniamo a casa con un salame mantovano nello zaino, il rimbombo della musica nelle orecchie, e il british metal nel cuore. Aspettando il prossimo concerto dei Judas Priest.

Tania Rusca per Mag-Music

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