Fear Factory + Havok – Orion, Ciampino 29/05/12

La mole di concerti che negli ultimi mesi sta animando le notti romane è a dir poco gradita, soprattutto per chi ama la musica live e ama aver la possibilità di assistere a show di band affermate o emergenti senza dover necessariamente attraversare l’Italia verso nord come spesso succede per i motivi più disparati. Tra gli altri, va dato merito all’Orion di essere riuscito a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella vasta scena concertistica romana. Tante le band di alto calibro che stanno toccando il locale di Ciampino.

Tra queste certamente rientrano a buon diritto i Fear Factory, una delle band più importanti del metal degli ultimi vent’anni. Tra pochissimi giorni, il gruppo californiano darà alle stampe il nuovo album, “The Industrialist”. Il concerto di Ciampino rappresenta quindi una buona occasione per ripassare le tappe fondamentali compiute dalla band, in attesa di un prossimo tour maggiormente improntato sulla nuova fatica. Ma andiamo con ordine.

Ad aprire la serata sono chiamati gli Havok, band americana dedita alla ripresa del buon vecchio thrash anni ’80. Il gruppo certamente non inventa nulla di nuovo, ma grazie a riff taglienti, ad una batteria precisa e tellurica e soprattutto a una scanzonata presenza scenica riesce a far breccia nei cuori dei metalheads giunti a Ciampino per i Fear Factory. La band, in nove pezzi, presenta agli astanti il meglio del proprio repertorio, soffermandosi principalmente su “Time Is Up”. Il pubblico segue con passione il set dei giovani thrashers, i quali svolgono il loro compito egregiamente. Sicuramente in molti tra quelli che non conoscevano la band avranno recuperato i loro dischi. Thrash allo stato puro, da headbanging garantito.

Sono le 23 quando le luci si abbassano e un’intro sinfonica accoglie sul palco i Fear Factory. Il pubblico, sebbene non particolarmente nutrito, è in totale visibilio e fa sentire tutto il suo calore alla band, specialmente al cantante Burton C. Bell e all’imponente chitarrista Dino Cazares, unici membri storici della band. Da ormai quattro anni, infatti, Raymond Herrera e Christian Olde Wolbers hanno lasciato la band, proprio in seguito al ritorno del “figliol prodigo” Cazares in casa FF. L’ex Chimaira Matt DeVries e Mike Heller, rispettivamente bassista e batterista che completano il gruppo in questo tour, sebbene capaci e autori di una più che buona prova, non sono altro che bravi mestieranti: l’attenzione è completamente catalizzata da Bell e Cazares, come ovvio. Volendo fare un paragone un po’ ardito, è stato come trovarsi dinanzi ai “Piero & Ghigo” del metal.

Tralasciando le vicende in seno alla band, soffermiamoci ora sulla musica suonata. In quasi un’ora e venti i losangelini ripercorrono con ordine la loro carriera. Si parte con la tripletta iniziale di “Obsolete” ed è subito chiaro che la band fa sul serio. Il riffing di Dino Cazares è preciso, così come il cantato urlato di Burton C. Bell. Si rendono subito evidenti, invece, alcune imprecisioni da parte del frontman per quanto concerne le parti pulite (tendenzialmente i ritornelli). Si tratta di parti tendenzialmente molto alte e appare chiaro lo sforzo fatto dal buon Burton nel raggiungere le note più acute. V’è da dire tuttavia, per spezzare una lancia in favore di Bell, che riesce a gestire egregiamente e con un po’ di mestiere le sue lacune, facendo cantare il pubblico o sostituendo il pulito con gli screams. Si tratta, in ogni caso, di pecche che non inficiano la resa totale del concerto, ampiamente soddisfacente. Si passa da un paio di estratti da “Digimortal” (Acres of Skin e Linchpin) a brani della penultima prova in studio della band, “Mechanize”. C’è anche spazio per Recharger, il nuovo singolo tratto da “The Industrialist”, in dirittura d’arrivo. Un brano più che interessante, che non si distacca per nulla dai classici stilemi della band californiana.

La parte conclusiva del concerto vede Bell & co. recuperare MartyrScapegoat dall’esordio “Soul of a New Machine” e, soprattutto, il poker iniziale del seminale “Demanufacture”. Quattro brani in cui il pubblico dà in escandescenza, a dimostrazione della bellezza imperitura del secondo disco della band.

Si chiude in bellezza, insomma, con la certezza di avere assistito ad un pezzo di storia recente del metal mondiale. Assistendo ad un concerto dei Fear Factory, o semplicemente riascoltandone la discografia, è impossibile non soffermarsi sul ruolo fondamentale ed imprescindibile ricoperto dalla band nei confronti della scena metal odierna. Nu metal, metalcore e industrial non sarebbero stati gli stessi senza Burton e Dino. E questo è indubbio.

Livio Ghilardi per Mag-Music

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