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Published on giugno 8th, 2012 | by Mag-Music

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Mudhoney + Non! – Circolo degli Artisti, Roma 22/05/12


La storia del grunge giunge in Italia, a Roma. Nella cornice del Circolo degli Artisti si esibiscono i Mudhoney, una delle band più importanti per il rock negli ultimi venticinque anni, soprattutto per la capacità che la loro musica ha avuto di influenzare gli artisti a venire, Kurt Cobain e soci in primis. Purtroppo tristemente sottovalutati e spesso a torto dimenticati, i Mudhoney sono riusciti a dimostrare, con questa serie di concerti italiani, che loro ci sono ancora. E si fanno sentire. Eccome se si fanno sentire.

L’affluenza al Circolo, nonostante la giornata plumbea (o forse a maggior ragione?), è quella delle grandi occasioni. All’interno il pubblico è stipato, il caldo assicurato. Ma questo serve solo a rendere l’aria ancora più calda e fremente nell’attesa di assistere al concerto dei quattro (ormai non più) ragazzi di Seattle. Poco e nulla invece, ai fini del concerto, dicono i Non!, duo francese che apre la serata e che cito a malincuore per mero dovere di cronaca. Un’esibizione inutile, una proposta musicale monotona quella dei due, che si limita a scimmiottare cliché della new wave e del post-punk in chiave elettronica, senza impressionare o lasciar traccia alcuna che non sia quella del già sentito. Il problema è che, purtroppo, anche ciò che sa di già sentito, in questo caso, si dimostra del tutto prescindibile. A dir poco inutile la loro presenza.

Parliamo piuttosto di musica, quella vera, quella fatta col cuore e la passione, nonostante il passare inesorabile del tempo.

Il concerto dei Mudhoney è stato a dir poco emozionante e carico di energia. Una scaletta lunga ventiquattro pezzi che andava a pescare dal passato lontano e da quello più recente della band americana, con un piccolo spazio finale per due cover (Hate the Police dei Dicks e Fix Me dei seminali Black Flag). Un’esibizione maiuscola per i quattro di Seattle, che non sembrano per nulla invecchiati in quanto a voglia di divertirsi e a capacità di tenere il palco, il frontman Mark Arm su tutti. Tra i classici di “Mudhoney”, “Every Good Boy Deserves Fudge” e l’imprescindibile “Superfuzz Bigmuff”, estratti dall’ultima fatica in studio “The Lucky Ones” e qualche brano ripescato da lavori più interlocutori come “Since We’ve Become Translucent” o “My Brother the Cow” (disco bistrattato colpevolmente dalla critica solo per essere uscito qualche tempo dopo la morte di Kurt Cobain, quando ormai il fenomeno grunge si era svuotato di significati), la band ripercorre i quasi venticinque anni di carriera per un pubblico decisamente in estasi e partecipi dell’esibizione (il crowd surfing non è mancato, nonostante l’età media degli astanti non fosse delle più basse). La sinergia che si è creata tra band e spettatori è stata a dir poco meravigliosa, si poteva avvertire nell’aria la consapevolezza di esser di fronte a qualcosa d’importante e, soprattutto, di attuale. Perché, se il tempo passa e certamente i lavori più rappresentativi della band restano quelli degli esordi, resta ferma l’impressione che i Mudhoney abbiano i piedi ben piantati nel presente e che non si limitino a ricalcare i successi di un passato che fu. D’altronde, non dimentichiamoci che la band di Seattle ha continuato imperterrita negli anni a produrre dischi di valore più o meno alto e, soprattutto, a esibirsi nei locali di tutto il mondo con una passione ed uno spirito che molte band più giovani, formatesi negli ultimi anni, possono ampiamente sognarsi.

Un ritorno al futuro. Grandi Mudhoney.

Livio Ghilardi per Mag-Music


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